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Cronaca

Tra onde e ombre: a Mondello il mare è limpido, ma la sabbia resta torbida

di Piero Messina -





Ecco il testo: Chi pensava che la spiaggia palermitana di Mondello fosse solo mare cristallino, sole e cocktail a bordo cabina — si sbagliava. Perché sotto l’ombrellone, tra un tuffo e un gelato, piaccia o no, spunta il mandamento mafioso.
Negli ultimi mesi le cronache hanno raccontato in modo limpido e documentato come la società che gestisce la spiaggia più iconica di Palermo sia finita nell’occhio del ciclone: la Prefettura ha aperto un fascicolo e disposto una misura di prevenzione collaborativa. Non un’indagine sospesa, ma un avviso formale: l’obiettivo è “decontaminare” l’impresa dal rischio di condizionamenti mafiosi.
Quella di Mondello non è una connection. È qualcosa di più semplice e più scomodo: tra gli ombrelloni spuntano parenti stretti di famiglie mafiose. In Sicilia c’è una sola cosa più difficile da trovare di un posto libero a Ferragosto a Mondello: una stagione balneare senza che salti fuori un cognome di mafia. Se ne parlava già a fine anni settanta.
E puntuale come il sole, adesso arriva il documento prefettizio a ricordarci ciò che molti fingono di non vedere: la società che gestisce il litorale più fotografato d’Italia si era ritrovata con un personale che ospita ramificazioni familiari dei mandamenti di Resuttana e San Lorenzo, quelli che da decenni si contendono il territorio come fosse un torneo di beach volley.
Questa volta però non è un giornalista, un pentito o un politico a parlare. È la Prefettura di Palermo, che non usa parole a caso. “Situazioni anomale”: il burocratese per dire che ci sono parenti di mafiosi tra i dipendenti. L’istruttoria prefettizia — avviata su richiesta della Regione — sembra la sceneggiatura di un film che abbiamo già visto troppe volte.
Dipendenti? Sì. Collaboratori? Pure. Poi arriva la frase chiave, elegante e tagliente: “Sono emerse situazioni anomale e diverse forme di contatto – sia pure indiretto – con contesti mafiosi tali da integrare i presupposti per una misura di prevenzione collaborativa.” Traduzione dal prefettizio all’italiano: la spiaggia non è infiltrata, ma tra gli ombrelloni tira brutta aria.
Quando le situazioni anomale diventano plurali e i contatti indiretti diventano ricorrenti, non siamo più nell’eccezione: siamo nella normalità di un territorio in cui la mafia non è un’ombra, è l’aria.
E poi c’è il G.I.A. — Gruppo Interforze Antimafia — che aggiunge il colpo di grazia: “Gli elementi emersi non permettono di escludere il pericolo di una influenza nella gestione delle attività in concessione da parte di soggetti collegati alla criminalità organizzata.” “Non permettono di escludere”: il modo elegante dello Stato per dire che il rischio c’è, è concreto, e ignorarlo fa ridere solo i polli — e i clan. In un Paese normale basterebbe questo per far saltare qualche poltrona. In Sicilia, invece, certifica ciò che tutti sussurrano da anni: che nel personale stagionale, ogni tanto, entra pure la genealogia.
E nel mentre giornali e siti online festeggiano perché la Prefettura non ha adottato l’interdittiva — la decapitazione amministrativa definitiva — e si “accontenta” delle misure di accompagnamento. Tre super controllori – un commercialista e due avvocati – controlleranno ogni centesimo, ogni procedura, ogni granello di sabbia, vigileranno su ogni attività, con l’obbligo di essere presenti in azienda almeno dieci volte al mese. Per un anno. E si festeggia.
Tra i passaggi più importanti dell’istruttoria c’è il ruolo svolto nella vicenda dalla famiglia Genova, di Partanna Mondello. La Prefettura non la definisce “famiglia mafiosa”. Non serve: snocciola fatti, sentenze, rapporti di parentela. Il tutto coronato da una frase che pesa quanto un macigno:

“Assume rilevanza il comprovato rapporto con diversi componenti – ancorché incensurati – della famiglia Genova, alcuni dei quali sono ai vertici del mandamento Resuttana–San Lorenzo che da sempre ha esercitato il controllo sulla frazione di Mondello.”
Ancorché incensurati. In Sicilia suona più o meno come: non fate il bagno dopo mangiato e non affidate concessioni pubbliche a chi ha metà parentela nei mandamenti storici. Normalmente, in un’azienda, la parola “parentela” compare solo a Natale. Qui compare nei rapporti antimafia.
Ed eccoci al capolavoro stilistico, primo esempio di un nuovo genere letterario: la poesia prefettizia. “Impresa non del tutto compromessa dal contagio mafioso.” C’è scritto proprio così. Un po’ la versione istituzionale di non è un disastro, ma l’aria non è pulita. E in soldoni cosa comporta? La società non è abbastanza compromessa per l’interdittiva ma abbastanza compromessa da imporre “un percorso terapeutico di pieno recupero della legalità.”
Il “percorso terapeutico” non è un massaggio: sono protocolli rigidi, controlli continui, isolamento da pressioni ambientali. Una vera riabilitazione aziendale, perché il contesto appare ed è più forte della società. Conclusione: Mondello non è malata. Il territorio sì. La relazione non dice che la società sia mafiosa. Lo esclude, così come esclude responsabilità del management.
Ma dice anche qualcosa di più complesso e più grave: che la concessionaria opera in un territorio in cui la mafia è sufficientemente viva da entrare nel personale, e sufficientemente vicina da poter condizionare — anche per osmosi — la gestione di un bene pubblico.
Mondello resta splendida, certo. Ma sotto la superficie della cartolina, le carte della Prefettura raccontano un mare tutt’altro che tranquillo. E questa volta l’onda che arriva non è acqua salata. È giudiziaria.