Leggi:

Attualità

Ponte sullo Stretto, stop ai fondi nella manovra 2026: Roma rialloca le risorse

di Vincenzo Migliore -





Il Ponte sullo Stretto torna nel limbo. Con la legge di Bilancio 2026 il governo ha deciso di togliere dal perimetro della manovra la tranche di finanziamenti destinata all’opera, riassegnando le risorse ad altri capitoli di spesa. Una scelta maturata dopo il mancato via libera della Corte dei Conti alla registrazione della delibera Cipess, che ha di fatto congelato l’iter amministrativo del progetto.

La decisione non cancella formalmente il Ponte dall’agenda dell’esecutivo, ma ne certifica l’impossibilità di avviare i cantieri nel breve periodo. Ed è proprio su questo punto che, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, arriva la linea difensiva: nessun passo indietro politico, solo una rimodulazione tecnica. Tenere fondi bloccati per un’opera che non può partire a stretto giro, spiegano dal Mit, sarebbe stato poco razionale. Da qui la scelta di spostare le risorse verso misure immediatamente attivabili.

I fondi inizialmente destinati al Ponte confluiscono ora in altri provvedimenti, a partire dal pacchetto di interventi legati alla Zes unica e da alcune misure di sostegno complementare inserite nella manovra. Un’operazione di contabilità pubblica che, però, sul piano politico ha l’effetto di una miccia accesa.

L’opposizione: “È la fine di un’illusione”

Per le opposizioni, infatti, il definanziamento segna il punto di non ritorno. Il Movimento 5 Stelle parla apertamente di “epilogo annunciato” e di fallimento di un progetto che, a loro giudizio, non avrebbe mai superato le proprie fragilità strutturali. Daniela Morfino, capogruppo M5S in Commissione Ambiente alla Camera, attacca senza mezzi termini: il governo, sostiene, avrebbe finalmente preso atto che le priorità del Paese sono altre rispetto a un’opera “nata più per propaganda che per reale sostenibilità tecnica ed economica”.

Nel mirino finisce soprattutto il ministro Matteo Salvini, accusato di aver alimentato per anni un racconto elettorale senza riuscire a tradurlo in un percorso amministrativo solido. Ma le critiche non risparmiano nemmeno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, indicata come responsabile politica di una gestione che avrebbe sottratto risorse cruciali a Sicilia e Calabria senza garantire certezze.

La Sicilia alza la voce

Ancora più dura la reazione che arriva dall’Assemblea regionale siciliana. Antonio De Luca, capogruppo del M5S all’Ars, parla di “farsa” e chiede di mettere “una pietra tombale” su un progetto che, a suo dire, ha prodotto solo costi e aspettative tradite. Il timore, condiviso da più fronti, è che le risorse sottratte ai fondi di coesione destinati al Mezzogiorno finiscano per finanziare misure nazionali, lasciando l’isola con un pugno di promesse non mantenute.

Il presidente della Regione Renato Schifani viene chiamato in causa direttamente: non dovrebbe consentire, secondo De Luca, che i fondi pensati per lo sviluppo della Sicilia vengano dirottati altrove. Sarebbe, dice, “l’ennesima beffa” per un territorio che da decenni attende infrastrutture concrete.

Un progetto sospeso tra tecnica e politica

Al netto delle dichiarazioni, resta un dato: il Ponte sullo Stretto, simbolo ciclico della grande incompiuta italiana, esce indebolito dalla manovra 2026. Il governo insiste nel dire che non si tratta di un addio, ma di un rinvio dettato da vincoli procedurali. L’opposizione, al contrario, legge la scelta come una resa mascherata.

Come spesso accade nella storia delle grandi opere in Italia, la verità potrebbe stare nel mezzo: non un funerale ufficiale, ma neppure una marcia trionfale verso i cantieri. Piuttosto, l’ennesima pagina di un romanzo infinito, in cui il Ponte continua a esistere più nei comunicati politici che nella realtà del Paese. E, come scriveva Leonardo Sciascia, “nulla è più definitivo del provvisorio”: una frase che, sullo Stretto, sembra trovare ogni volta nuova conferma.