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Sequestro da 600mila euro per bancarotta fraudolenta a Catania: sigilli a un’azienda di telecomunicazioni

di Andrea Scarso -





Un giro di valzer societario per svuotare le casse di un’azienda ormai sommersa dai debiti e far rinascere l’attività sotto una nuova veste, lasciando a bocca asciutta il Fisco. Con questa accusa, i Finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno eseguito un sequestro preventivo da circa 600mila euro, bloccando le quote e i beni della “Nuove tecnologie telefoniche impianti” (Ntti) Srl di Caltagirone. L’operazione si inserisce in una complessa indagine per bancarotta fraudolenta a Catania, coordinata dalla Procura etnea, che vede attualmente tre persone iscritte nel registro degli indagati.

Il provvedimento, emesso dal Giudice per le indagini preliminari (Gip), ha l’obiettivo di congelare il patrimonio aziendale per evitare che i presunti illeciti possano portare a conseguenze ancora più gravi. Per non danneggiare i lavoratori e mantenere attiva l’attività d’impresa, il giudice ha già nominato un amministratore giudiziario che gestirà temporaneamente la società.

Il buco milionario e lo schema del “passaggio di mano”

Le indagini del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria hanno acceso i riflettori su una società in liquidazione giudiziale che pesava sulle casse pubbliche con un debito monumentale: oltre 3,2 milioni di euro accumulati tra tasse non pagate e contributi previdenziali omessi.

Secondo gli inquirenti, dietro il crack non ci sarebbe stata una semplice crisi di mercato, ma un disegno preciso per salvare il business a discapito dei creditori. L’ipotesi di reato per bancarotta fraudolenta a Catania è contestata formalmente a tre persone, legate da vincoli di parentela.

L’accusa della Procura: I tre indagati avrebbero pianificato e messo in atto uno schema illecito per depauperare il patrimonio della vecchia società, ormai indebitata fino al collo, trasferendo i segmenti più redditizi verso una newco creata ad hoc e riconducibile alla stessa cerchia familiare.

Mezzo milione in rimborsi spese e il finto acquisto del ramo d’azienda

Scendendo nei dettagli della contabilità aziendale analizzata dalle Fiamme Gialle, emergono due precise condotte distruttive:

  1. I prelievi ingiustificati: I coniugi avrebbero sottratto circa 540.000 euro direttamente dai conti correnti della ditta. Cifre enormi che venivano giustificate formalmente come “rimborsi spese” o “anticipazioni” a proprio favore.
  2. Il trasferimento mascherato: Il ramo d’azienda sano – che comprendeva dipendenti, macchinari, veicoli, avviamento e persino i ricchi contratti in essere con un importante operatore telefonico nazionale – è stato ceduto alla nuova società amministrata dal cugino, ma di fatto gestita sempre dallo stesso individuo.

Il passaggio di proprietà, tuttavia, sarebbe avvenuto solo sulla carta e senza un reale corrispettivo economico. La nuova società si è fatta carico esclusivamente del trattamento di fine rapporto (Tfr) dei lavoratori trasferiti, senza versare un solo euro per l’acquisto degli asset.

In altre parole, secondo la Procura di Catania, si è trattato di un gioco di prestigio societario: la nuova azienda ha ereditato uffici, contratti, know-how e gestione della vecchia, lasciando a quest’ultima solo il guscio vuoto e un debito da milioni di euro impossibile da riscuotere.