Sea Watch, secondo il Tribunale di Palermo il fermo fu illegittimo
È arrivata ieri la decisione dei magistrati del Tribunale di Palermo che prevede il risarcimento di 76 mila euro per l’ong Sea Watch. La scelta diventa subito nuovo terreno di scontro politico e istituzionale. Nel pieno di una campagna referendaria sempre più tesa e a poche ore dal richiamo del presidente della Repubblica al “rispetto vicendevole” tra istituzioni, la sentenza del tribunale di Palermo riaccende il conflitto tra esecutivo e magistratura.
Il tribunale ha stabilito che i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia, insieme alla prefettura di Agrigento, dovranno risarcire l’ong tedesca Sea Watch per i danni patrimoniali subiti dalla nave Sea Watch 3 durante il fermo amministrativo avvenuto a Lampedusa tra luglio e dicembre 2019. L’importo riconosciuto ammonta a 76mila euro, a cui si aggiungono circa 14mila euro di spese di giudizio.
Il caso Rackete e il fermo della Sea Watch 3
La sentenza fa riferimento a uno degli episodi più discussi degli ultimi anni. È il 29 giugno 2019 quando Carola Rackete, allora comandante della nave, forza il blocco imposto dalle autorità italiane per far sbarcare a Lampedusa 42 migranti soccorsi nel Mediterraneo. Durante le manovre, la nave entra in contatto con una motovedetta della Guardia di Finanza.
Dopo lo sbarco, la Sea Watch 3 viene sottoposta a fermo amministrativo. L’ong presenta opposizione al prefetto di Agrigento, ma l’assenza di una risposta – secondo la normativa applicabile – avrebbe dovuto comportare il cosiddetto “silenzio-assenso” e quindi la cessazione automatica del sequestro. Nonostante ciò, la nave resta bloccata fino a dicembre, quando il tribunale ne ordina la restituzione.
Sul piano penale, Rackete era stata arrestata con accuse pesanti, tra cui resistenza a nave da guerra e favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Nel 2021, però, il gip di Agrigento ha disposto l’archiviazione del procedimento.
La reazione del governo: “Decisione senza parole”
La decisione dei giudici di Palermo ha provocato una reazione durissima da parte dell’esecutivo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato sui social di una sentenza “che lascia letteralmente senza parole”, inserendola in una “lunga serie di decisioni oggettivamente assurde”.
Secondo la premier, il messaggio che passerebbe da questi provvedimenti è chiaro: “Non è consentito al governo contrastare l’immigrazione illegale di massa”. Da qui l’accusa a una parte “politicizzata” della magistratura pronta, a suo dire, a ostacolare l’azione dell’esecutivo. “Noi continueremo – ha assicurato – a difendere i confini e la sicurezza dei cittadini, rispettando le leggi dello Stato italiano”.
Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, che ha definito il risarcimento “un premio incredibile per chi ha violato un divieto del governo”, collegando la vicenda alla campagna referendaria sulla giustizia.
Sea Watch: “Disobbedienza civile e diritto internazionale”
Di segno opposto la lettura dell’ong. Per Sea Watch, il risarcimento conferma che la disobbedienza civile non è arroganza, ma tutela del diritto internazionale. La portavoce Giorgia Linardi parla di una sentenza che riconosce gli abusi di potere subiti e accusa il governo di individuare nelle ong “il nemico da abbattere”, mentre nel Mediterraneo continuano le tragedie.
Il richiamo del tribunale: “Denigrare non è critica”
Alle polemiche ha risposto anche il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini. Il magistrato ha ricordato che la sentenza è frutto del contraddittorio tra le parti ed è, come tutte, impugnabile. “Denigrare i giudici per una decisione non gradita – ha sottolineato – non ha nulla a che vedere con il legittimo diritto di critica”.
