23 maggio 1992, la strage di Capaci: il giorno in cui l’Italia cambiò per sempre
di Anna Tortora
Ci sono date che non appartengono soltanto alla storia, ma alla memoria emotiva di un Paese.
Il 23 maggio 1992 è una di quelle
Lo ricordo perfettamente. Ero una ragazzina, ero a casa con la febbre. Mio padre entrò nella mia stanza con un’espressione insolita, grave. Mi guardò e disse soltanto: «Hanno ucciso Giovanni Falcone». In quel momento compresi, forse per la prima volta davvero, cosa fosse la mafia.
Fino ad allora, almeno per chi era molto giovane, sembrava qualcosa di distante: un racconto confinato nei telegiornali, una presenza oscura ma lontana dalla vita quotidiana. La strage di Capaci rese tutto improvvisamente reale.
Quel giorno Cosa Nostra assassinò Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Cinquecento chili di tritolo fecero saltare l’autostrada A29, nei pressi di Capaci, trasformando una strada in un cratere e segnando per sempre la storia italiana.
Falcone non era soltanto un magistrato. Era l’uomo che aveva compreso la trasformazione moderna delle organizzazioni criminali. Aveva intuito che per combattere la mafia occorresse seguirne il denaro, colpirne i patrimoni, decifrarne i legami economici e finanziari. Un metodo investigativo rivoluzionario che avrebbe cambiato per sempre il contrasto alla criminalità organizzata.
Ma cosa è cambiato davvero da allora?
Molto, certamente. Lo Stato ha costruito strumenti investigativi più efficaci e strutture decisive come la Direzione Investigativa Antimafia e la Procura Nazionale Antimafia. I grandi boss delle organizzazioni criminali sono stati arrestati. La cultura della legalità è entrata nelle scuole, nei libri, nel dibattito pubblico. Le figure di Falcone e di Paolo Borsellino sono diventate simboli civili per intere generazioni.
La mafia, però, ha cambiato pelle. Oggi si muove con modalità più silenziose e sofisticate. Si infiltra nell’economia, nella finanza, nei circuiti del potere e degli appalti. Meno visibile, spesso meno rumorosa, continua a esercitare un’influenza profonda nella società italiana.
È una riflessione che attraversa anche il saggio Il Genio di Giovanni Falcone, nel quale Catello Maresca — magistrato noto per aver coordinato le indagini che portarono alla cattura del boss della camorra Michele Zagaria — racconta l’eredità professionale e morale lasciata da Falcone.
Il libro analizza le intuizioni investigative e giuridiche del magistrato siciliano, dalla nascita della Direzione Nazionale Antimafia al principio del coordinamento tra procure, fino alla centralità del metodo del “seguire il denaro”. Al centro del racconto emerge la dimensione umana di Falcone: un uomo consapevole del rischio, della solitudine e della paura, capace però di trasformare il senso del dovere in una scelta quotidiana.
Non a caso il volume insiste sul concetto di “Prima il dovere”, cifra morale che accompagna l’intera riflessione di Maresca. Una responsabilità civile che riguarda magistrati, istituzioni, scuola, informazione e cittadini.
Particolarmente significativa appare anche la scelta di affidare la prefazione ad Alessandro Siani. Un linguaggio più vicino ai giovani, capace di sottrarre il tema della legalità alla retorica delle commemorazioni e di renderlo patrimonio condiviso.
La memoria come responsabilità
A più di trent’anni dalla strage di Capaci, il nome di Giovanni Falcone continua ad attraversare la coscienza civile italiana con una forza intatta. Le commemorazioni, le scuole, le piazze e il racconto pubblico custodiscono il ricordo di un magistrato che ha cambiato per sempre il modo di combattere la mafia.
Il punto centrale, oggi, è dare a quella memoria un significato concreto. Falcone ha insegnato che la mafia è potere economico, rete di relazioni, capacità di infiltrarsi nella società e nelle istituzioni. Per questo la legalità richiede attenzione quotidiana, senso civico, responsabilità individuale.
Nel saggio Il Genio di Giovanni Falcone, Catello Maresca riprende proprio questa eredità culturale e morale. Il principio del “Prima il dovere” diventa un invito rivolto soprattutto ai giovani: vivere la legalità come scelta personale, nei comportamenti, nel lavoro, nelle relazioni.
Il 23 maggio 1992 resta una ferita aperta nella storia italiana. Resta il giorno in cui un Paese comprese il prezzo altissimo pagato da chi sceglieva lo Stato, la giustizia, il dovere. E resta, ancora oggi, una data che continua a interrogare la coscienza collettiva italiana.
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