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Cronaca

Spari col kalashnikov a Palermo, la Scientifica ricostruisce il raid di Sferracavallo

di Edoardo Gentile -





Bossoli a terra, vetri in frantumi e segni di proiettili sulle carrozzerie. Nella mattinata successiva alla sparatoria notturna di via Sferracavallo, a Palermo, sono entrati in azione gli specialisti della Polizia Scientifica. Gli spari col kalashnikov a Palermo tornano ad agitare la città: è già il terzo episodio in meno di un mese nella stessa area, e il modus operandi è ogni volta lo stesso.

I rilievi dopo la sparatoria

Gli investigatori hanno lavorato per ore sull’area del parcheggio colpito nella notte, concentrandosi sulle traiettorie dei proiettili e sui danni riportati dai veicoli in sosta. Sul posto sono arrivati anche alcuni dei proprietari delle auto parcheggiate nella struttura al momento del raid.

Tre colpi in tre settimane: il profilo della banda

Gli autori di questi attacchi sembrano seguire un copione preciso. Agiscono nel weekend, intorno alla mezzanotte, con fucili d’assalto AK47 e volti coperti. Il bersaglio è sempre un’attività commerciale del quadrante che un tempo faceva parte del mandamento dei Lo Piccolo.

Il primo episodio risale alla notte tra il 20 e il 21 marzo, quando tre uomini a bordo di un’auto rubata hanno fatto irruzione in un deposito di autonoleggio in via San Lorenzo, aprendo il fuoco prima di darsi alla fuga – a piedi, dopo che il mezzo li ha abbandonati – lasciando sul posto un’abbondante traccia di impronte e indizi, su cui stanno ancora lavorando i carabinieri.

Il secondo attacco, nella notte tra il 27 e il 28 marzo, ha preso di mira l’autolavaggio di un distributore Q8 in viale Lanza di Scalea: i responsabili hanno spinto all’interno della struttura una Fiat Panda rubata e le hanno dato fuoco, distruggendo l’intera installazione per un danno stimato in centomila euro.

Il terzo raid, quello di Sferracavallo, replica le stesse modalità: stessa ora, stesso tipo di arma, stesso schema operativo.

Il nodo investigativo: Cosa nostra o bande autonome?

L’aspetto che preoccupa di più gli investigatori non è solo la serialità degli episodi, ma la scelta delle armi. L’utilizzo di fucili d’assalto come strumento di intimidazione verso commercianti è una novità nel panorama criminale palermitano: fino ad oggi non rientrava nelle abitudini operative dei clan mafiosi tradizionali.

Se dietro i raid ci fosse Cosa nostra, significherebbe che il livello della pressione estorsiva si è alzato in modo significativo. Ma l’ipotesi che preoccupa ancora di più gli inquirenti è un’altra: che si tratti di gruppi giovanili autonomi, attivi nelle aree dello Zen o della Marinella, in possesso di armi da guerra al di fuori di qualsiasi controllo verticistico. Un’eventualità che renderebbe la situazione ancora più difficile da gestire e prevedere.