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Sicilia tossica: a Marina di Acate si respira plastica

di Redazione -





di JERRY ITALIA -L’odore è acre e pungente. Giunge alle narici e impregna i vestiti. I cumuli di rifiuti bruciati giacciono sul lato di una strada poco trafficata di campagna della zona che stiamo percorrendo. Intorno la terra è nera, bruciata. Le serre circondano lo sguardo a perdita d’occhio. Stiamo attraversando una delle Terre dei fuochi siciliane, è un angolo di Sicilia tossica il tratto di terra e di spiaggia che da Marina di Acate arriva fino a Gela, attraversando il sito naturalistico del Lago Biviere. Ed in questo inferno di rifiuti tossici il nostro Caronte è Riccardo Zingaro, attivista di Terre Libere, che da anni si batte per restituire dignità a questo territorio deturpato. Ci vuole una passione smodata per fare resistenza in un territorio stremato dalle ingiustizie. Riccardo non è siciliano, ma di questa provincia ha preso tutto, perfino l’accento. Il cuore che ci mette nel lottare contro il degrado è perfettamente coerente con un’interpretazione naturale e allo stesso tempo drammatica nel descrivere le campagne circostanti. A pochi metri dal guardrail infatti c’è una delle discariche abusive più grandi della zona. Qua le aree attorno alle serre che arrivano fino a mare sono state utilizzate come luoghi di abbandono di rifiuti solidi urbani e industriali di ogni provenienza. Complessivamente, si stima ci siano centinaia di migliaia di metri cubi di plastiche interrate nella sabbia Accade praticamente da sempre sulle spiagge di Marina di Acate e alla foce del fiume Dirillo, siti di interesse naturale riconosciuti dal Ministero dell’Ambiente nel programma Natura 2000, a un solo chilometro dalla Riserva Naturalistica del Biviere e dalla famosa spiaggia di Montalbano. Lungo il litorale di “Macconi” tutte le vie di accesso al mare, tranne un chilometro usufruito dai bagnanti, hanno passaggi sbarrati da centinaia di insediamenti serricoli che estendendosi sino alla battigia forniscono uno sconcertante spettacolo di degrado e abbandono. Chilometri di sabbia sono invasi da rifiuti interrati, da decenni, nelle famose dune di plastica che rovinosamente si rovesciano in mare a seguito del cedimento costiero. “È un paesaggio desolante che prospera giorno dopo giorno nel più totale silenzio delle Istituzioni – racconta Riccardo – A nulla o quasi sono servite le varie ordinanze di bonifica e riqualificazione”. Un’area contaminata anche dall’impiego massiccio di pesticidi e fitofarmaci la cui sola quantità “legale”, in provincia di Ragusa, costituisce un terzo di quanto utilizzato in tutta la regione Sicilia. “Il ritrovamento di numerosi fusti generici – dice Riccardo – ci fa pensare ad un ulteriore uso di sostanze provenienti dal mercato nero di paesi stranieri che, di fatto, determinano un grave inquinamento del suolo e delle falde acquifere”. A poco o nulla sono serviti i continui controlli delle Forze dell’Ordine, troppo esigue per un territorio così vasto ed impenetrabile. In tutta la Sicilia non esiste un centro di raccolta della pianta estirpata a fine ciclo, motivo per cui al produttore non resta che bruciarla assieme al filo di nylon e ai gancetti di plastica. “Anche la raccolta della plastica è lasciata ad operatori che spesso agiscono nella più totale illegalità – aggiunge l’attivista di Terre Pulite – imponendo il loro servizio alle aziende agricole che nulla conoscono dei luoghi e dei metodi di smaltimento della stessa e di cui tantissime volte si perde traccia proprio perché interrata”. Una situazione insostenibile che va avanti da anni e che più volte nel corso del tempo è stata denunciata. La strada che costeggia il Dirillo e l’alveo del fiume stesso sono diventati ormai una discarica a cielo aperto di rifiuti tossici. Qui vengono gettati e sversati ogni giorno, da diverse fabbriche agricole presenti sul territorio, rifiuti speciali e tonnellate di plastica, che contaminano le acque fluviali e vengono poi trasportati in mare dove, a seguito delle mareggiate, rimangono depositati sulla spiaggia inquinando tutto il litorale nel silenzio assordante di tutti. “In questi anni abbiamo denunciato un migliaio di volte questa situazione – racconta con amarezza Riccardo – abbiamo scritto al Ministro dell’Ambiente, a quello della Salute, al Presidente della Regione e alla Commissione Antimafia. L’unico risultato che abbiamo ottenuto è stato quello di essere accusati da “certa politica” di cercare visibilità gettando fango sul nostro territorio”.
“A volte viene voglia di mollare tutto – conclude– ma poi guardo il nostro mare e lo scempio che c’è sulle nostre spiagge e so con certezza c he non è questa l’eredità che voglio lasciare alle prossime generazioni. Questa terra può ancora essere salvata, basta volerlo”.