Funerali Bruno Contrada a Palermo: l’ultimo saluto a una figura divisa tra leggenda e condanna
Si sono celebrati a Palermo i funerali di Bruno Contrada, il funzionario di polizia ed ex numero tre del Sisde scomparso giovedì scorso all’età di 94 anni. Una cerimonia raccolta, in una città che lo ha visto protagonista di alcune delle stagioni più drammatiche della lotta alla mafia — e poi imputato, condannato e infine riabilitato.
Le esequie si sono tenute nella chiesa di San Tommaso d’Aquino. Circa un centinaio le persone presenti: per lo più vecchi colleghi e familiari, tra cui i figli Antonio e Guido. Nessun rappresentante delle forze dell’ordine attualmente in servizio ha partecipato alla cerimonia.
Un addio in silenzio istituzionale
L’assenza delle istituzioni è un dettaglio che parla da solo. La vita di Bruno Contrada è stata segnata da una vicenda giudiziaria che ha diviso l’opinione pubblica per decenni, e che ancora oggi rende difficile tracciare un profilo univoco di quest’uomo.
La cerimonia si è aperta con la lettura di un passo del Libro della Sapienza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio». Una scelta non casuale, per chi ha conosciuto Contrada, considerata quasi una risposta simbolica a una storia personale che giustizia e ingiustizia hanno attraversato entrambe.
Chi era Bruno Contrada
Negli anni Ottanta, Contrada era considerato uno degli investigatori più abili nella lotta a Cosa Nostra. La sua carriera nella Polizia di Stato e poi ai vertici del Sisde — il servizio segreto civile — lo collocava tra i protagonisti di una stagione in cui lo Stato italiano combatteva la mafia a viso aperto, spesso pagando prezzi altissimi.
La svolta arrivò con l’arresto nel 1992 e la successiva condanna a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza che lo travolse, ridusse in frantumi la sua reputazione e aprì un lungo calvario giudiziario. Fu anche radiato dalla polizia.
La Corte europea e il risarcimento
Il caso Contrada non si chiuse però con la condanna italiana. La Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che l’imputato era stato condannato per un reato — il concorso esterno in associazione mafiosa — che, al momento dei fatti contestati, non era sufficientemente definito e prevedibile nella giurisprudenza italiana. Una violazione del principio di legalità sancito dalla Convenzione europea.
La condanna fu così revocata, e a Contrada venne riconosciuto un risarcimento per ingiusta detenzione. Una riabilitazione che, sul piano giuridico, fu netta — ma che sul piano della percezione pubblica non riuscì mai del tutto a cancellare l’ombra proiettata dagli anni del processo.
Una vita che non si lascia archiviare facilmente
Bruno Contrada lascia una biografia che sfida le semplificazioni. Servitore dello Stato per decenni, poi condannato, poi scagionato dall’Europa: una parabola che racconta anche le contraddizioni di un’Italia in cui la linea tra fedeltà alle istituzioni e compromissione con il potere criminale è stata, in certi anni, drammaticamente sottile.
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