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Domiciliari e silenzi: la Sicilia davanti al caso Cuffaro

di Piero Messina -





Il potere che non indietreggia

«Il potere non indietreggia mai — se non quando incontra un potere più grande». Malcolm X probabilmente non ha mai messo piede in Sicilia, ma avrebbe potuto firmare la sceneggiatura dell’ultima puntata della saga politica di Totò Cuffaro. L’uomo che un decennio fa uscì da Rebibbia senza il vassoio di cannoli che lo aveva “imprigionato” a Palazzo d’Orleans ma carico di propositi di redenzione, oggi torna a misure detentive. Non più il carcere, ma i domiciliari. Non per fatti antichi, ma per un’inchiesta nuova.
E in mezzo, quel filo invisibile che unisce le stagioni del potere quando il potere non cambia mai davvero: cambia luogo, cambiano i testimoni (non tutti), cambiano i ruoli, ma la trama resta identica a se stessa.

L’ordinanza e l’entourage

L’ordinanza del gip Carmen Salustro — notificata dai carabinieri del Ros, ormai affittuari stabili della scena politico-sanitaria isolana — è un condensato di tutto ciò che funziona e di tutto ciò che non funziona in Sicilia. Cuffaro ai domiciliari. Con lui Roberto Colletti, ex direttore del Civico, e Antonio Iacono, ex Trauma Center di Villa Sofia. Non serve il braccialetto elettronico: quello è un gingillo da film americani. Qui basta un divieto assoluto di comunicare con coindagati, funzionari e imprenditori. Una misura che in qualunque regione sarebbe un dettaglio; in Sicilia equivale alla sospensione delle trasmissioni.

Poi c’è l’entourage: Vito Raso, l’uomo di fiducia da vent’anni; Marco Dammone e Mauro Marchese, figure chiave della Dussmann. Obbligo di firma per tutti, interdizione dagli appalti per due.
E la politica? La politica osserva, commenta, smania, e poi — come spesso accade — riprende a camminare come se nulla fosse. Il deputato Saverio Romano, coinvolto nell’inchiesta per un presunto traffico di influenze, evita la misura cautelare.

Il comitato d’affari e il sistema siciliano

Secondo la Procura, al centro dell’indagine vi sarebbe un comitato d’affari capace di dirigere appalti, pilotare concorsi, orientare nomine ai vertici della sanità. Non un’associazione segreta, ma un motore di scambi e leve che avrebbe toccato la gara dell’Asp di Siracusa e il concorso per quindici operatori socio-sanitari a Villa Sofia–Cervello. Nulla che sorprenda davvero chi conosce il funzionamento del sottobosco burocratico siciliano: un sistema dove il merito è spesso il convitato di pietra, e dove gli incastri sono più importanti dei curricula.
La vicenda del Consorzio di Bonifica completa il quadro con la consueta colonna sonora: intercettazioni, frasi tronche, somme che entrano e escono, interpretazioni discordanti.
Il gip – su questo punto – non applica arresti: manca il “patto”. È una sentenza logica, rigorosa. Ma rivela anche un’altra verità: in Sicilia il patto è un’entità metafisica, raramente rintracciabile in forma scritta.

La politica che spegne la luce

A rendere tutto più surreale è ciò che accade fuori dai tribunali. Mentre la magistratura accende i fari sul sistema della sanità regionale, l’Aula dell’Ars spegne la luce: ieri, la mozione di sfiducia al presidente Schifani — tutta incentrata sulla “questione morale” — è stata respinta con una maggioranza granitica. Persino la Dc – crocifissa dal presidente Schifani – sulla via della moralizzazione a scoppio ritardato – ha sottoscritto la fiducia.
Un voto che è l’istantanea perfetta della politica siciliana: di fronte allo scandalo, chi dovrebbe tremare applaude; chi dovrebbe spiegare si silenzia; chi dovrebbe proporre si divide. E la “questione morale” diventa un titolo efficace, ma dalla scadenza breve: tempo ventiquattr’ore e si ricomincia a lavorare per il “bene della Sicilia e dei siciliani”.

Un ritorno simbolico

In questo contesto, il ritorno di Cuffaro ai domiciliari è più di una notizia giudiziaria: è un simbolo. Un simbolo di continuità, di ricorrenza, di un potere che, anche quando cade, non si rompe mai: si piega, si rimette in forma, si rigenera. E quando proprio qualcosa va storto, sceglie l’unico rifugio possibile: la retorica della persecuzione e quella della risurrezione politica.
La verità, però, è più semplice — e più amara. In Sicilia il potere non indietreggia. Non chiede scusa.Non si ferma. Al massimo cambia indirizzo. E quando torna, torna sempre dove lo avevamo lasciato: un passo avanti alla politica e un passo indietro rispetto alla legge.

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