Sicilia, la crescita del PIL trainata dai binari
«Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi», cantava De Gregori. Ma il PIL della Sicilia non è un bufalo, mentre la locomotiva — e i suoi interminabili e poderosi cantieri — è diventata, nell’immaginario politico isolano, il paradigma stesso dello sviluppo. Perché in Sicilia la crescita economica ha il rumore dei cantieri. Betoniere in movimento, deviazioni stradali, binari interrotti, lavori notturni. È la colonna sonora di quella che viene presentata come la più grande stagione di investimenti infrastrutturali della storia regionale: oltre 22 miliardi di euro di fondi ferroviari del gruppo Ferrovie dello Stato, in gran parte già finanziati, con circa 11,5 miliardi di lavori attualmente in corso.
Una cifra mai vista. E infatti il PIL cresce. Nel 2024 l’economia siciliana segna un +1,3%, quasi il doppio della media nazionale. Per la politica regionale è la prova che “la Sicilia riparte”. Ma basta allargare lo sguardo oltre il perimetro dei cantieri perché la narrazione si incrini. La crescita c’è, ma non modifica la struttura dell’economia. E soprattutto non cambia la vita di una parte consistente della popolazione. In realtà senza lo sferragliare di talpe e locomotive, il Pil siciliano sarebbe di ben altro colore.
Il cuore della crescita siciliana degli ultimi anni è la spesa pubblica in conto capitale. Le ferrovie ne sono l’emblema: decine di cantieri, lotti e sub-lotti diffusi su tutta l’isola. Rete Ferroviaria Italiana non pubblica un numero aggregato dei cantieri attivi in Sicilia, ma il valore economico dei lavori in corso colloca la regione tra le più infrastrutturate d’Italia in questa fase.
Gli effetti sono immediati: occupazione temporanea, domanda per l’indotto, crescita del PIL. Ma è una crescita dipendente. Senza questa spesa, le stime indicano che nel 2024 il PIL siciliano sarebbe cresciuto molto meno, forse non sarebbe cresciuto affatto. Il moltiplicatore funziona, ma non trasforma.
Qui emerge il primo cortocircuito. Il reddito disponibile delle famiglie siciliane resta tra il 30 e il 35% sotto la media nazionale e cresce meno del PIL. In altre parole, la ricchezza prodotta non arriva alle famiglie.
I consumi lo confermano: nel 2024 aumentano appena dello 0,6% in termini reali. La spesa media mensile delle famiglie siciliane si ferma intorno ai 2.300 euro, contro i 2.755 euro della media italiana. Tradotto: le famiglie non intercettano la crescita. Resistono, ma non prosperano.
Anche sul fronte occupazionale i numeri migliorano, ma senza svolta. La disoccupazione scende dal quasi 20% del 2019 a circa il 15,8% nel 2023. È un dato reale, ma resta più del doppio della media nazionale.
Soprattutto cresce il lavoro fragile: contratti a termine, part-time involontario, salari bassi. È il fenomeno del lavoro povero: si lavora, ma non abbastanza per uscire dalla vulnerabilità economica. E infatti la povertà non diminuisce.
In Sicilia circa il 16% delle famiglie vive in povertà assoluta. Oltre il 35% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Sono numeri che non seguono il PIL, non seguono i cantieri, non seguono la retorica della ripresa. Restano lì, a ricordare che la crescita è selettiva.
Il problema non è solo quanto si spende, ma come funziona l’economia privata. La produttività del lavoro in Sicilia è circa il 20–25% più bassa della media nazionale. Senza produttività non crescono i salari, non crescono gli investimenti privati, non si costruisce sviluppo.
Il tessuto imprenditoriale è dominato da microimprese poco capitalizzate, con alta mortalità. Poche crescono, poche innovano, poche esportano. Gli investimenti privati restano sotto la media nazionale, mentre quelli pubblici aumentano. Il segnale è chiaro: il mercato non traina, lo Stato supplisce.
I giovani sono il verdetto finale. Il saldo migratorio dei giovani resta negativo. Chi può se ne va: laureati, diplomati, competenze formate che non trovano sbocchi adeguati. È l’indicatore più spietato: se i giovani non restano, l’economia non è attrattiva. Una crescita che non trattiene capitale umano è una crescita che si consuma.
Renato Schifani governa la Sicilia dal 2022. Il suo esecutivo può rivendicare una fase macroeconomica meno stagnante, una migliore capacità di spesa dei fondi pubblici e un ciclo infrastrutturale senza precedenti. Ma i dati raccontano anche i limiti di questa fase: una crescita fortemente dipendente dalla spesa pubblica, l’assenza di una svolta su redditi, produttività e lavoro di qualità, una povertà strutturalmente elevata.
Il governo regionale intercetta un ciclo favorevole di investimenti nazionali ed europei, ma non riesce ancora a trasformarlo in sviluppo strutturale.
La Sicilia oggi cresce sui binari, ma resta ferma nei fondamentali. Il PIL sale, i redditi no. L’occupazione migliora, ma resta povera. I miliardi scorrono, ma non riducono la povertà.
La vera domanda politica ed economica non è quanta crescita stia producendo questa stagione di investimenti, ma cosa resterà quando i cantieri finiranno. Perché senza un’economia privata più forte, senza produttività e senza salari migliori, i binari non portano sviluppo. Portano solo traffico temporaneo. E la Sicilia, ancora una volta, rischia di crescere senza cambiare.
E anche volendo prendere per buoni i proclami del governo regionale sulla crescita del Pil, il quadro che emerge resta tutt’altro che rassicurante. Perché la domanda decisiva non è se la Sicilia cresca, ma quanto cresce più velocemente dell’Europa. Ed è su questo punto che i numeri raffreddano ogni entusiasmo.
Se per “raggiungere la media europea” intendiamo il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (PPS), oggi la Sicilia parte molto indietro: circa 22 mila PPS pro capite (dato 2023), contro i 38.100 PPS della media UE. In altre parole, l’Isola è ferma a poco meno del 60% del livello europeo.
Ora ipotizziamo lo scenario più favorevole possibile sul piano politico: prendiamo per buona l’ultima crescita ufficiale della Sicilia, +1,8% reale, e la confrontiamo con una crescita europea più bassa, +1,0%. Anche in questo caso, il vantaggio siciliano sarebbe di appena 0,8 punti percentuali l’anno. Con un differenziale di questo tipo, il tempo necessario per colmare il divario non si misura in una legislatura, né in due: servirebbero circa 70 anni. In pratica, una vita intera.
Il motivo è semplice ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: crescere non basta. Per recuperare terreno bisogna crescere stabilmente più degli altri, e farlo per decenni. Quando il vantaggio è inferiore a un punto percentuale, il processo di convergenza diventa lentissimo. Se Sicilia ed Europa crescessero allo stesso ritmo, il divario non si ridurrebbe affatto. E persino immaginando un’accelerazione più robusta – ad esempio una crescita siciliana del 2,2% annuo – il traguardo resterebbe lontano: servirebbero comunque oltre 45 anni.
Sono calcoli “meccanici”, certo, basati sull’ipotesi che i ritmi di crescita restino simili nel tempo e che non intervengano shock demografici o strutturali. Ma proprio per questo hanno un pregio: mostrano quanto sia fragile la narrazione del “stiamo recuperando”. Senza un salto netto e duraturo in produttività, investimenti e qualità dello sviluppo, la Sicilia continuerà a muoversi. Sì. Ma troppo lentamente per raggiungere davvero l’Europa.
Detta senza giri di parole: n Sicilia si festeggia perché il treno si muove, ma nessuno dice che corre sullo stesso binario dell’Europa, con un motore più debole: il risultato è garantito — si viaggia, si spende, si cresce un po’, ma la stazione della convergenza resta sempre fuori campo. I cantieri fanno rumore, il PIL sembra muoversi, ma forse è solo una deformazione ottica: il treno è quello deciso dalla politica, il binario non cambia, e l’Europa resta una destinazione evocata. Ma irraggiungibile.
