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Cronaca

Turista canadese stuprata a Palermo: arrestati due cugini

di Redazione -





di CLAUDIA MARI
Due uomini di 41 e 44 anni, Agostino e Giuseppe Romano, due cugini di Palermo, sono stati arrestati perché sospettati di aver commesso un atto di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una turista canadese: i fatti risalgono al novembre scorso. Secondo quanto emerso dalle indagini dei Carabinieri del capoluogo siciliano, i due sospettati avrebbero fatto bere la vittima in un locale della città e l’avrebbero poi seguita fino al Bed and Breakfast dove alloggiava, in via Marinuzzi, lì l’avrebbero violentata più volte.
La donna, secondo quanto ricostruito, si è risvegliata completamente disorientata da sola in camera la mattina successiva e ha scoperto di essere anche stata derubata. I medici del Policlinico di Palermo, che stavano curando il fidanzato della vittima, hanno allertato i Carabinieri dopo che l’uomo ha riferito dell’aggressione subita dalla compagna. Gli investigatori, arrivati sul posto per verificare la veridicità della storia, hanno trovato la vittima in uno stato di profondo shock. Solo dopo alcune ore la turista canadese è stata in grado di raccontare quanto accaduto la notte precedente.
Le indagini hanno portato alla raccolta di prove consistenti che hanno giustificato il provvedimento cautelare nei confronti dei due uomini, attualmente detenuti nel carcere “Lorusso Pagliarelli”.
L’operato degli investigatori, supportato dalla Rete Antiviolenza dei Carabinieri di Palermo, ha permesso di ricostruire la dinamica degli eventi e l’ipotetica responsabilità degli autori del crimine. L’Arma sottolinea l’importanza di non tacere di fronte a qualsiasi forma di violenza contro le donne e di avere il coraggio di chiedere aiuto alle autorità competenti: “È indispensabile, di fronte ad ogni forma di violenza contro le donne, avere il coraggio di non restare in silenzio e avere la forza di chiedere aiuto alle Forze di Polizia”.
Ma come si è arrivati alla violenza? La coppia canadese in quei giorni si travava in vacanza in Sicilia. Il compagno della vittima, nelle ore precedenti ai fatti, aveva avuto un incidente con il monopattino ed era stato ricoverato nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale Policlinico. La turista era così andata a trovarlo in ospedale e qui aveva incontrato uno dei due cugini che lavora come inserviente in ospedale dipendente di una cooperativa. L’uomo si è poi offerta di accompagnarla verso la zona della stazione centrale col motorino. Lungo la strada i due hanno incontrato il cugino dell’inserviente. E insieme si sono recati nel locale e, successivamente nell’alloggio dove si è consumata la violenza. I due di fronte agli inquirenti hanno negato i fatti, o meglio hanno negato la violenza sessuale. I due indagati hanno risposto al giudice per le indagini preliminari, parlando di rapporto consensuale. Nel corso di un lungo interrogatorio di garanzia hanno fornito la loro versione dei fatti. Le due versioni, dai momenti dopo il tragitto in motorino, prendono pieghe differenti: la ricostruzione ora è in mano agli agenti.
A rendere i contorni di questa vicenda ancora più degradanti sono state le reazioni delle mogli dei due uomini indagati di stupro di gruppo. Agli atti dell’inchiesta difatti, ci sono anche le intercettazioni delle mogli dei due indagati. La prima reazione delle due era stata quella di “volerli morti”. “Quell’etta sangu (esclamazione per augurare la morte) di tuo marito ha telefonato al quel butta sangue di mio marito”. Per poi, in un secondo momento, difenderli: “Tuo marito secondo me quando quella gli si buttò nell’ascensore ha capito che si poteva fare. E così chiamò suo cugino”, diceva una delle donne ipotizzando come si sarebbe svolta la serata degli abusi. “La sella del motore è veramente piccola. È talmente stretta che questo li stuzzicava, sicuramente per questo non capirono più niente”, affermava l’altra donna parlando del passaggio in scooter. Per le mogli non si potrebbe parlare di violenza. “Sti ragazzi erano puliti, non avevano neanche un graffio”, aggiungevano sostenendo che se fosse stato uno stupro la vittima si sarebbe difesa lasciando segni sugli aggressori. E ancora: “Lui queste cose le deve dire all’avvocato perché negli ascensori ci sono le telecamere. Lo state vedendo che lei si sta buttando di sopra. Ci sono un sacco di cose che fanno male a noi, però sono utili per la difesa”. “I mongoloidi hanno capito che questa non capiva niente”, aggiungeva una delle due. Secondo l’accusa, queste parole confermerebbero che i Romano avrebbero approfittato dello stato di inferiorità psichica della canadese.