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Strage nel Canale di Sicilia: 27 morti, 17 dispersi. Tra le vittime anche una neonata

di Enzo Scarso -





Il Canale di Sicilia si macchia ancora di sangue e disperazione. Ventisette morti, diciassette dispersi, sessanta superstiti. È il bilancio provvisorio dell’ennesimo naufragio avvenuto ieri a 13 miglia a sud-ovest di Lampedusa, dove un elicottero della Guardia di finanza ha avvistato decine di persone in mare, alcune aggrappate a un relitto, altre a pezzi di legno, troppe già senza vita.

Tra i corpi recuperati anche una neonata somala e il padre, annegati davanti agli occhi della madre. Scene strazianti raccontate dai soccorritori: «Gridavano, sbracciavano, cercavano di venirci incontro» dice un militare della Guardia costiera.

Sempre nel Canale di Sicilia

I sopravvissuti, 35 uomini, 4 donne e 21 minori non accompagnati provenienti da Pakistan, Egitto, Somalia e Sudan, hanno spiegato di essere partiti da Zawya, in Libia, su due barche con circa cinquanta migranti ciascuna. Dopo poche ore, una delle due imbarcazioni in vetroresina ha iniziato a imbarcare acqua ed è affondata: tutti sono stati costretti a salire sull’altro scafo.

Sovraccarico, il secondo natante ha retto fino a pochi chilometri dalla salvezza, prima di rovesciarsi e trasformare il viaggio in un incubo. Sei unità della Guardia costiera e della Finanza hanno tratto in salvo i superstiti, trasportandoli al molo Favaloro, dove sono assistiti da Croce rossa e medici del poliambulatorio.

Le condizioni di salute sono nel complesso stabili: quattro migranti sono ricoverati per fratture, due dei quali trasferiti in elisoccorso ad Agrigento. Intanto, le ricerche dei dispersi proseguiranno oggi con il supporto di elicotteri, aerei della Guardia costiera e un velivolo Frontex.

Le indagini

La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per naufragio colposo, ipotesi che potrebbe evolvere in strage. Sul fronte politico, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «tragedia avvenuta nonostante un dispositivo di soccorso pronto a intervenire, con unità nazionali e navi private». Un passaggio che ha suscitato la reazione delle ong, accusando il governo di ostacolare i salvataggi con fermi e porti lontani.

Il mare di Lampedusa, ancora una volta, restituisce all’Europa la prova che la rotta libica resta la più letale del Mediterraneo. E che, per molti, il viaggio verso la speranza si infrange a un passo dalla riva.