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Economia

Rizzolo mette in guardia: la Sicilia cresce, ma non è ancora sviluppo

di Piero Messina -





Il PIL siciliano cresce, ma resta aperta una domanda cruciale: quanta parte di questa crescita è strutturale e quanta invece legata a una fase straordinaria di investimenti pubblici e privati? I cantieri infrastrutturali stanno cambiando il volto dell’Isola, ma il vero banco di prova resta la capacità di rafforzare i fondamentali economici: produttività, redditi, lavoro di qualità, tenuta del capitale umano. Per capire se la Sicilia stia davvero imboccando un sentiero di sviluppo stabile, abbiamo chiesto un’analisi a Luigi Rizzolo, presidente di Sicindustria.
Presidente Rizzolo, partiamo dal dato più visibile: il PIL cresce. È un segnale incoraggiante?
È un segnale positivo, ma va letto nel modo corretto. La crescita non nasce dal nulla e non è frutto di un solo fattore. Negli ultimi anni è stata sostenuta da una combinazione di investimenti pubblici e, soprattutto, privati: penso al Superbonus che tra il 2021 e il 2023 ha attivato una quantità rilevante di cantieri e filiere produttive, ma anche al PNRR e al FESR, che hanno visto un coinvolgimento diretto delle imprese siciliane. Oggi siamo arrivati a un punto decisivo: consolidare ciò che è stato messo in moto e trasformarlo in crescita duratura. È qui che si gioca la partita vera.
Resta però il timore che, quando la spinta straordinaria rallenterà, la crescita possa indebolirsi. È un rischio reale?
È un rischio che va governato, non subito. Infrastrutture e incentivi funzionano se diventano piattaforme per la crescita dell’impresa, se attivano investimenti privati, filiere, innovazione. In Sicilia questo percorso è già iniziato, ma va rafforzato. Una cosa è certa: meno burocrazia c’è e più infrastrutture ci sono, più si cresce. I dati più recenti mostrano che la Sicilia cresce più del resto d’Italia, anche grazie a una maggiore attenzione della Pubblica amministrazione verso il sistema produttivo. Non è tutto risolto, ma il cambio di approccio è evidente.
Uno dei nodi strutturali resta quello dei redditi, che crescono meno del PIL. Da cosa dipende questa distanza?
Dipende dalla produttività e dal valore aggiunto che il sistema riesce a generare. Le imprese che aderiscono al nostro sistema confindustriale applicano il contratto nazionale frutto della contrattazione collettiva, che garantisce tutele e salari definiti a livello nazionale. Il problema non è quindi per quanto ci riguarda il dumping contrattuale, ma operare in un contesto che rende difficile produrre più valore: imprese spesso piccole, costi elevati, mercati complessi. Il divario si colma con scelte industriali chiare: investimenti in tecnologia, capitale umano, organizzazione d’impresa e soprattutto in filiere capaci di fare massa critica.
Il Piano Florio, lanciato all’ultima Assemblea pubblica di Sicindustria, nasce proprio per affrontare questi nodi strutturali. Qual è il suo obiettivo principale?
Trasformare una fase favorevole in un percorso duraturo. Il Piano Florio non è una richiesta di assistenza, ma una proposta di alleanza tra imprese e istituzioni. Si fonda su cinque leve precise: semplificazione, infrastrutture moderne, uso efficace dei fondi europei, politica industriale di filiera e capitale umano. Quando pubblico e privato camminano nella stessa direzione, i risultati arrivano. Lo dimostrano i numeri più recenti e lo dimostra l’interesse crescente verso la Sicilia come luogo di investimento.
Il tema dei giovani resta centrale. Oggi è ancora solo una questione sociale?
No, oggi è anche – e direi soprattutto — un problema delle imprese e dei territori. Le aziende fanno sempre più fatica a trovare competenze tecniche e professionali adeguate. Quando un giovane va via non perdiamo solo una persona, ma un investimento e un pezzo di futuro produttivo. Le imprese fanno la loro parte per trattenere i giovani: formazione, percorsi di crescita, collaborazione con scuole e università. Ma serve un sistema che funzioni. Per questo nel Piano Florio parliamo di ITS, dottorati industriali, collegamento stabile tra impresa e formazione perché senza capitale umano, nessuna strategia industriale è sostenibile.
Negli ultimi giorni la Sicilia è stata duramente colpita dal ciclone Henry. In che modo un evento di questo tipo incide su uno scenario economico già complesso?
Incide in modo diretto e profondo. Cittadini e imprese si trovano ancora una volta a fronteggiare un’emergenza che non è solo climatica, ma strutturale. I danni subiti da aziende, cittadini e territori richiedono risposte rapide, concrete e proporzionate all’entità dell’impatto: servono risorse immediate per la messa in sicurezza, il ripristino delle infrastrutture e il sostegno alle imprese colpite. Sia il Governo regionale sia quello nazionale si stanno muovendo in questa direzione ed è corretto darne evidenza. Ma c’è anche un altro aspetto da sottolineare. Penso, ad esempio, a quello che RFI sta facendo nel Messinese, dove si lavora giorno e notte per riaprire entro i primi di marzo le tratte interrotte dalle frane e, allo stesso tempo, si stanno portando avanti gli investimenti già programmati. È questo l’approccio che serve: non rincorrere le emergenze, ma integrare la gestione del rischio climatico nella realizzazione delle infrastrutture, accelerando su prevenzione, resilienza e modernizzazione. Sicindustria, dal canto proprio, sta collaborando con le istituzioni per supportare le imprese colpite e, a livello nazionale, Confindustria ha deciso di promuovere un’iniziativa di solidarietà a sostegno dei territori interessati in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il cambiamento climatico è una realtà con cui dobbiamo fare i conti ora e senza una strategia di medio-lungo periodo, le emergenze rischiano di diventare la normalità, con conseguenze insostenibili per l’economia e per il lavoro.
In conclusione: la Sicilia sta davvero cambiando?
La Sicilia ha davanti una finestra storica irripetibile, ma non infinita. Ci sono investimenti, attenzione nazionale ed europea, una nuova centralità nel Mediterraneo. Ma nulla è automatico. Se useremo questa fase per rafforzare le imprese, aumentare la produttività, costruire lavoro di qualità e trattenere i giovani, allora la crescita resterà. Il Piano Florio nasce esattamente per questo: trasformare una crescita congiunturale in uno sviluppo strutturale, capace di resistere al tempo, alle crisi e anche alle emergenze climatiche.