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Racket dei campi a Gela: le testimonianze “Se alziamo la testa ci portano via tutto. Qui lo Stato non c’è”

di Redazione -





di JERRY ITALIA – Rocco, Emanuele, Angelo sono solo tre delle decine di agricoltori colpiti dal racket dei campi che hanno deciso di raccontare la loro storia. Fino ad oggi, ogni qual volta hanno provato ad alzare la testa e denunciare o anche semplicemente hanno cercato di parlare con i pastori che quotidianamente entravano abusivamente nei loro campi, hanno subito un atto vandalico o un furto dentro l’azienda. Ecco il motivo per cui hanno scelto però di parlare in maniera anonima, utilizzando dei nomi di fantasia: perché terrorizzati dalle ritorsioni. Così come è capitato a Rocco, che ha ereditato l’azienda di famiglia dal papà e l’agricoltore lo fa solo per hobby, dopo una vita passata a lavorare per un’azienda dell’indotto della Raffineria Eni. A lui in pochissimo tempo hanno portato via tutto: “Ho subito due furti nel giro di quindici giorni – racconta – mi hanno portato via tutte le attrezzature per la coltivazione. Prima gli attrezzi più piccoli, poi il trattore e la motozappa. L’altro ieri infine sono entrati con un furgone e si sono portati via il gruppo elettrogeno. In queste condizioni difficilmente riuscirò a iniziare la stagione quest’anno e adesso ho davvero voglia di mollare tutto”.
Sullo sfondo ci sono sempre i pastori, che con i loro greggi spadroneggiano tra i campi impunemente, entrando nelle proprietà altrui e devastando interi campi coltivati, con danni enormi per i proprietari di aree oramai trasformate in zone franche. Terre di Nessuno per chi, evidentemente, non teme possibili reazioni, come racconta Angelo, un altro imprenditore agricolo. “Se gli chiedi di smetterla, ti guardano in faccia, sorridono e ti prendono in giro – racconta – ormai non ti minacciano più, ma dopo un paio di giorni arrivano i danneggiamenti. Prima si prendono un solo pezzetto di terreno poi, pian piano, si prendono tutto. Quest’anno io ho perso il raccolto di fave, pomodori e di grano, calpestati e divorati dalle pecore”. La stessa cosa è capitata ad Emanuele che in Contrada Grotticelle, a due passi dalla diga più antica di Sicilia e a pochi metri da un agglomerato di catacombe di epoca protostorica ha un appezzamento esteso in cui coltivava carciofi. Qui il colpo d’occhio è impietoso, negli appezzamenti che confinano con il suo, i carciofi crescono rigogliosi e sono pronti per il raccolto. In mezzo invece, da dove inizia la sua proprietà, c’è solo terra brulla e abbandonata. “All’inizio sono entrati con il gregge approfittando di un tratto di recinzione divelta – ci dice – l’ho fatta riparare, ma l’indomani era di nuovo distrutta. Ho cercato di cacciare le pecore e, dopo neanche due giorni l’intera recinzione era sparita e mi avevano dato fuoco alla porta del magazzino. Ho deciso di mollare, credo che proverò a vendere tutto, anche se la terra in queste condizioni non vale più nulla”. Ma i pastori sono solo uno dei problemi di chi prova a mantenere la propria azienda agricola nelle campagne del triangolo Gela, Niscemi e Butera, che devono fare i conti anche con gli abusivi del ferro, persone che per pochi euro vanno in giro a rubare qualsiasi tipo di materiale ferroso per rivenderlo al mercato nero. Con i loro furgoni fanno razzie nelle aziende portando via tutto, recinzioni, cancelli, porte e infissi. La masseria di Emanuele, ad esempio, è ormai ridotta ad uno scheletro. “Hanno portato via tutto in maniera sistematica – ci dice – anche la saracinesca del magazzino che ho sostituito per ben due volte. La seconda volta l’hanno portata via dopo nemmeno ventiquattr’ore”. “Alle prime ore del mattino tra le vie della campagna, di camion così ce n’è a decine – dice – basterebbe controllarli o seguirli per vedere dove vanno a scaricare. Ma qui di controlli ce ne sono davvero pochi e così diventa inutile anche denunciare”. Gli agricoltori della zona sono scoraggiati e lamentano l’assenza di veri e propri controlli nelle campagne. “Ci sentiamo abbandonati – dicono – qui lo Stato ha abdicato e il rischio è che senza un massiccio intervento di controllo nelle zone rurali, si finisca col sostituire l’autorità delle istituzioni con quella di pochi violenti”. Non la pensa così Salvino Legname, presidente dell’Associazione Antiracket gelese che, dopo mille sforzi, è riuscito a far costituire gli agricoltori in comitato: “Questa è una piaga che il territorio subisce da decenni – dice – la joint venture tra i pastori abusivi e i venditori di ferro sta uccidendo le nostre campagne. Noi stiamo provando a fare il nostro dovere accompagnando gli imprenditori alla denuncia ma abbiamo bisogno della presenza dello Stato. Uniti siamo sicuramente più forti, ma senza le Istituzioni questa battaglia l’abbiamo già persa”.