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Cronaca

La vita distrutta dei fratelli Niceta: una storia di mala giustizia

di Redazione -





di PIETRO CAVALLOTTI
“Quanti soldi ha in tasca?”- “cinquanta euro” – “me li dia. Da oggi tutto ciò che possiede è nostro!”. Questa non è la sequenza di una rapina a mano armata, ma il modo in cui, un giorno di dicembre del 2013, la guardia di finanza ha sequestrato tutto il patrimonio dei fratelli Niceta, storici imprenditori palermitani, attivi nel settore della vendita al dettaglio di capi di abbigliamento. Le chiamano “misure di prevenzione”, anche se non è chiaro che cosa lo Stato intenda esattamente “prevenire”. Già qualche anno prima i fratelli Niceta erano stati oggetto di un procedimento penale per una ipotesi di intestazione fittizia di beni. Tuttavia, dopo le indagini, la procura di Palermo aveva ritenuto che non ci fossero neppure gli indizi per il rinvio a giudizio e tutto fu archiviato. I fratelli Niceta tirarono un sospiro di sollievo, ma il sospiro fu corto e il sollievo durò molto poco, perché sulla base degli stessi indizi furono oggetto di ben due procedimenti di prevenzione, il primo presso il tribunale di Trapani, l’altro presso il tribunale di Palermo, con l’accusa di essere imprenditori collusi con la mafia. Tutto il loro patrimonio fu affidato ad un amministratore giudiziario, che con l’avallo dei giudici assunse numerosi collaboratori e, in poco tempo, chiuse tutti i punti vendita lasciando sul lastrico centinaia di persone, tra fornitori e dipendenti. I fratelli Niceta sono stati costretti a difendersi in ben due procedimenti, senza lavoro e alcuna risorsa economica, dovendo nel frattempo provvedere ai bisogni dei loro figli, tutti in quel momento minorenni. Le accuse, in particolare, erano rivolte al loro padre, morto da incensurato solo dieci giorni dopo i sequestri. Sono stati costretti a ricostruire l’origine di un patrimonio a partire dagli anni sessanta e a difendersi da accuse rivolte al padre, per fatti mai provati, che sarebbero stati commessi quando loro erano poco più che bambini. Dire che la loro vita è stata distrutta è dire poco. Si sono difesi da accuse che dai giudici penali erano considerate infondate, rimanendo costretti ad assistere del tutto impotenti alla distruzione di aziende, frutto dei loro sacrifici e delle loro relazioni sociali. La loro reputazione è stata compromessa, a causa di articoli di giornale che li hanno presentati all’ opinione pubblica come dei mafiosi.
Nel frattempo alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, a seguito del noto scandalo “Saguto”, sono arrivati altri giudici che dopo avere letto le carte, hanno restituito ai fratelli Niceta il loro patrimonio o, per meglio dire, ciò che ne rimaneva, vale a dire il nulla. Sono state restituite società fallite con milioni di euro di debiti, tributi non pagati stipendi dei lavoratori e fornitori non pagati. I fratelli Niceta, a causa del sequestro, non possono più avere alcun accesso al sistema bancario, neppure un semplice conto corrente. Come se non bastasse, nei loro confronti sono state avviate azioni esecutive e, addirittura, procedimenti penali per bancarotta, in quanto la procura aveva attribuito a loro la responsabilità del dissesto delle aziende, in realtà gestite dagli amministratori giudiziari.
Nella vicenda Niceta abbiamo perso quasi tutti: gli imprenditori che hanno subito il sequestro, nonostante la già riconosciuta liceità del loro operato; i loro dipendenti che hanno perso il posto di lavoro; i fornitori che non hanno ricevuto il pagamento delle proprie forniture; l’Erario che non ha incassato i tributi. “Quasi tutti”, perché gli unici che ci hanno guadagnato sono gli amministratori giudiziari e i loro coadiutori, i quali, con l’autorizzazione del tribunale, hanno incassato importanti parcelle. Inutile aggiungere che i magistrati d’accusa hanno continuato a svolgere la loro carriera come se nulla fosse, mentre i giornalisti-velinari di allora non hanno dato risalto ai fatti che smentiscono l’accusa e i fanatici dell’antimafia di professione hanno continuato imperterriti a pronunciare parole vuote e formulare teoremi inverosimili, discettando sugli intrecci tra mafia e imprenditoria sana. Qualcuno penserà che i fratelli Niceta potranno ottenere una qualche forma di ristoro. Purtroppo non è così, perché la legge non prevede nessuna forma di ristoro per le persone che hanno subito un ingiusto sequestro. Non è la rapina perfetta, sono semplicemente “misure di prevenzione”.