Antonello Montante in carcere, definitiva la condanna per l’ex leader di Confindustria Sicilia
Si chiude un’era, e non nel senso della “legalità” che lui stesso amava evocare. Antonello Montante, ex leader di Confindustria Sicilia e per anni volto simbolo di un’antimafia di facciata, si è costituito ieri sera nel carcere di Bollate, a Milano. Dovrà scontare una pena che, nella sua misura minima, non potrà essere inferiore a 4 anni, 5 mesi e 23 giorni di reclusione per corruzione.
La condanna definitiva
La Procura generale di Caltanissetta ha dato esecuzione alla sentenza dopo che la Cassazione aveva confermato la responsabilità penale di Montante per episodi di corruzione e spionaggio, annullando solo la quantificazione della pena. Sarà infatti un nuovo processo d’appello a rideterminare la durata complessiva, ma senza possibilità che la pena scenda sotto il limite che rende inevitabile il carcere.
Il legale dell’imprenditore, l’avvocato Giuseppe Panepinto, ha annunciato ricorso, sostenendo che “si tratta di un grave errore” perché la Suprema Corte aveva disposto il ricalcolo della condanna.
Dall’altare alla polvere
Per anni Montante è stato l’icona della ribellione degli imprenditori siciliani contro il pizzo, referente nazionale di Confindustria per la legalità. Dietro quella facciata, secondo le sentenze, c’era però un sistema parallelo: una rete di informatori, dossier e pressioni che condizionava politica ed economia isolana.
Nelle carte processuali si parla di “plurime fonti” che confermavano come l’ex leader si vantasse apertamente di avere a disposizione dossier pronti per colpire avversari e condizionare scelte istituzionali. Nel maggio 2018, al momento dell’arresto, Montante tentò di distruggere oltre 20 pen drive e decine di documenti.
Gli altri imputati e i processi paralleli
Il provvedimento di carcerazione riguarda solo Montante, ma la vicenda coinvolge anche altri: l’ex capo della security di Confindustria, Diego Di Simone, e il commissario Marco De Angelis, condannati rispettivamente a 5 anni e 3 anni e 3 mesi. Per loro le pene dovranno essere rideterminate.
Intanto a Caltanissetta è in corso un altro processo, che vede Montante imputato insieme a imprenditori, uomini delle forze dell’ordine e politici.
Il simbolo di un sistema
La parabola di Montante richiama da vicino quella di Silvana Saguto, l’ex giudice delle misure di prevenzione di Palermo, condannata in via definitiva e incarcerata nonostante la pendenza del ricalcolo della pena. Quando la colpevolezza è cristallizzata, spiegano i giudici, non occorre attendere ulteriori passaggi.
Quella che si chiude con l’ingresso in carcere di Montante non è solo la vicenda di un singolo imprenditore, ma il tramonto di un’intera stagione in cui la “legalità” veniva brandita come vessillo, salvo rivelarsi strumento di potere personale e di condizionamento.
Una parabola che lascia dietro di sé macerie e una lezione amara: in Sicilia, più che altrove, il confine tra lotta alla mafia e retorica di convenienza è stato – e talvolta rimane – sottile.
