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Conte attacca Meloni sulla Sicilia: “Se la corruzione le fa schifo, azzeri la giunta”

di Vincenzo Migliore -





Lo scontro esplode a distanza, ma il bersaglio è preciso e il colpo va a segno. Giuseppe Conte, intervenendo alla Camera durante la dichiarazione di voto sulle comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo, affonda sul fronte siciliano e chiama in causa direttamente Giorgia Meloni.

«Ad Atreju ha detto che la corruzione le fa schifo. E allora come può restare indifferente davanti a una giunta regionale sotto inchiesta per corruzione? In Sicilia ve la fate con Cuffaro», attacca il leader del Movimento 5 Stelle, evocando senza giri di parole l’inchiesta della Procura di Palermo che ha riportato al centro della scena Totò Cuffaro, leader della nuova Democrazia cristiana.

Un riferimento che pesa. E pesa ancora di più alla luce delle contestazioni mosse dai magistrati palermitani: associazione a delinquere e corruzione, con un appello recentemente presentato dai pm che rafforza il quadro accusatorio nei confronti dell’ex governatore, già condannato in passato a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia.

La replica di Renato Schifani non tarda ad arrivare ed è affidata a una metafora musicale che sa di stanchezza politica: «Conte rimette il disco, sempre lo stesso, ormai consumato. Basta una parola chiave e parte il solito ritornello: slogan, accuse automatiche, indagini scambiate per sentenze. Il giustizialismo a intermittenza non fa bene alla democrazia. La politica non è un juke-box: cambiare musica, ogni tanto, aiuterebbe».

Parole che non placano il clima, anzi. Perché il Movimento 5 Stelle rilancia, affidando al coordinatore regionale Nuccio Di Paola una replica che chiama in causa non solo l’etica pubblica, ma la legittimità politica dell’attuale assetto di governo: «Conte dà voce all’indignazione dei siciliani. Non è normale che un governo regionale galleggi con il supporto di Totò Cuffaro, ex presidente già condannato per favoreggiamento a Cosa nostra. Schifani azzeri la giunta. E non solo per una questione etica».

Lo scontro si consuma così su più livelli: Roma contro Palermo, maggioranza contro opposizione, garantismo contro giustizialismo. Ma sullo sfondo resta una Sicilia che, ancora una volta, diventa terreno di battaglia nazionale. E una domanda che rimbalza dall’Aula di Montecitorio a Palazzo d’Orléans: quando le inchieste entrano nel perimetro politico, chi decide dove finisce la responsabilità giudiziaria e dove comincia quella morale? In Sicilia, come spesso accade, la risposta non è mai solo una.