Il segretario della Dc, Cirillo: “Smettetela di infamare un partito intero”
Il clima politico attorno alla Democrazia Cristiana siciliana continua a essere carico di tensione. Dopo la richiesta di arresto avanzata dalla Procura di Palermo nei confronti dell’ex governatore Totò Cuffaro e del capogruppo all’Ars Carmelo Pace, il partito viene travolto da un’ondata di sospetti, insinuazioni e letture generalizzanti che stanno contribuendo a creare un vero corto circuito nell’opinione pubblica.
A provare a riportare il confronto entro i confini della razionalità è oggi il segretario regionale Stefano Cirillo, che interviene con toni fermi e una preoccupazione evidente:
“Si sta facendo strada un’idea profondamente distorta e pericolosa, quella secondo cui un partito possa essere etichettato come ‘sistema criminale’. È un’affermazione grave, fuorviante e lesiva dei principi costituzionali. Le responsabilità penali sono sempre e soltanto personali”.
Un messaggio chiaro, che Cirillo indirizza tanto ai media quanto ai commentatori politici che, in questi giorni, hanno messo sul banco degli imputati non solo i singoli indagati, ma l’intera architettura politica della Dc. Il segretario parla di “clamore mediatico” e di un rischio culturale enorme: la criminalizzazione collettiva, una deriva che – sottolinea – contrasta con ogni fondamento del diritto penale e con lo spirito democratico del Paese.
“Non è un sospetto collettivo: i partiti non si possono giudicare in blocco”
Cirillo insiste su un punto che ritiene cardine: la responsabilità individuale.
“Le responsabilità penali non si trasmettono per riflesso, non si estendono alle comunità che un partito rappresenta, non possono trasformarsi in un sospetto collettivo”, ribadisce.
L’affondo è diretto contro chi, sull’onda dell’inchiesta, ha assimilato la Dc a un sistema deviante organizzato, ignorando – sostiene il segretario – la pluralità e la complessità di un partito politico, fatto di migliaia di persone che nulla hanno a che vedere con le vicende giudiziarie dei singoli.
“State colpendo migliaia di persone oneste”
Nel suo ragionamento c’è anche una difesa della base, della militanza diffusa, di quel tessuto democratico che ogni partito custodisce:
“Attribuire un marchio infamante a un’intera forza politica significa colpire dirigenti, amministratori, militanti, famiglie, donne e giovani che dedicano tempo ed energie al bene comune”, afferma Cirillo.
Il segretario parla di “storie limpide”, di percorsi amministrativi “nati e cresciuti nella legalità”, di un impegno quotidiano troppo spesso “in silenzio, senza privilegi né riflettori”.
Per Cirillo, il vero rischio è la perdita del senso profondo della partecipazione civile: un paese che non distingue tra responsabilità personali e responsabilità collettive mette in crisi un pilastro della Repubblica.
“Un partito non si arresta. E noi difenderemo i valori democratici”
Conclusione netta, quasi un manifesto:
“In una democrazia si rispettano i cittadini, il voto e le istituzioni che li rappresentano. La Democrazia Cristiana continuerà a difendere i valori costituzionali e la dignità della partecipazione politica, perché un partito non si può ‘arrestare’”.
Parole che provano a restaurare un’immagine ormai offuscata dagli eventi giudiziari e a blindare politicamente un partito che, proprio in queste ore, vive uno dei suoi momenti più difficili.
Resta ora da capire se questo appello alla distinzione tra indagine e identità politica riuscirà a fare breccia in un’opinione pubblica già profondamente scossa, mentre nei corridoi dell’Ars e nelle segreterie di partito si discute del futuro – tutt’altro che scontato – degli equilibri del centrodestra siciliano.
