Niscemi, quando la terra presenta il conto (e non accetta rate)
La chiamano “emergenza”. Come se fosse una sorpresa. Come se la terra, a Niscemi, avesse deciso all’improvviso di fare i capricci nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2026, spaccando strade, muretti e illusioni urbanistiche con la scortesia di chi non chiede permesso.
Invece no. Quella che si è mossa non è la terra. È la memoria geologica che si ribella all’amnesia politica. Dal belvedere del quartiere Sante Croci i residenti hanno visto l’asfalto aprirsi come una zip mal chiusa. Il piano campagna si è abbassato di dieci metri in poche ore. Dieci. Non dieci centimetri. Dieci metri. Una palazzina di tre piani inghiottita dalla gravità, mentre al Palasport “Pio La Torre” – nome nobile, destino da dormitorio d’emergenza – centinaia di sfollati cercavano di dormire su brandine pieghevoli. Il solito copione: prima si costruisce, poi si evacua, infine si ringrazia la Protezione Civile. Sempre col fiatone, mai in anticipo.
Siamo nel cuore della Sicilia sud-orientale, su colline di argille e sabbie instabili, catalogate da decenni come franose. Non da ambientalisti estremisti, ma da geologi, CNR, ISPRA, archivi ufficiali dello Stato. Terreni che scivolano da sempre, come da sempre qualcuno ha deciso che lì si poteva edificare, asfaltare, urbanizzare, “valorizzare”. Valorizzare cosa, esattamente, una frana quiescente?
Poi arriva il ciclone mediterraneo “Harry” – che non è un terrorista, ma solo pioggia insistente – e fa quello che la pioggia fa da milioni di anni: satura il suolo. Le argille si gonfiano, le falde salgono, la resistenza crolla. La fisica non vota in Consiglio comunale e non conosce varianti urbanistiche.
Il 16 gennaio la terra aveva già mandato il primo avviso: cede la SP12, sette metri di abbassamento, gas e fibra ottica tranciati, 35 persone sgomberate. Un fronte di frana lungo 1,6 chilometri, un chilometro quadrato che scivola verso valle. Dati del CNR–IRPI. Non pettegolezzi.
Il 25 gennaio la replica, più fragorosa: SP10 sventrata, quartieri evacuati, 500 sfollati che diventano 1000 nel giro di una notte. Le cifre oscillano, come il terreno. Ma una cosa è certa: la frana non è un evento, è un processo. E un processo ha sempre dei responsabili.
Perché qui non siamo davanti alla “natura cattiva”. Siamo davanti a decenni di antropizzazione violenta, a quartieri costruiti su versanti fragili, a reti idriche e strade che intercettano corpi di frana noti, a una pianificazione che ha preferito il consenso immediato alla geologia. La terra, paziente, ha aspettato. Poi ha presentato il conto, senza sconti e senza fondi strutturali.
La storia lo urla dal 1997. Quartiere Sante Croci devastato, case demolite, chiesa abbattuta, 117 famiglie sfollate. “Tutto questo poteva essere evitato”, dicevano allora i volontari. Era vero. È ancora vero. Ma prevenire non porta voti, mentre inaugurare sì.
Eppure i soldi per riparare dopo si trovano sempre. La Regione aveva già in programma interventi da 14,5 milioni di euro per il consolidamento e la sistemazione idraulica del torrente Benefizio. Traduzione: sapevano. Sapevano che il versante era fragile. Sapevano che prima o poi sarebbe successo. Hanno aspettato che succedesse.
Oggi si parla di monitoraggi, specialisti, professori, droni. Tutto utilissimo. Ma arriva dopo. Come le scuse ufficiali. Come le promesse solenni. Come le conferenze stampa con la parola “resilienza” pronunciata a caso.
La verità è semplice e feroce:la natura non si ribella, risponde. Risponde a chi la ignora, la violenta, la copre di cemento e poi finge stupore quando il cemento scivola a valle. A Niscemi non è franata solo una collina. È franata l’idea che si possa continuare così, costruendo sull’instabilità e chiamandola sviluppo. La terra, quella, ha già deciso da che parte stare.
