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Il caso dell’impianto petrolchimico di Siracusa

di Redazione -





di ANTONIO SCHEMBRI
Pur con tutte le petroliere che vi stazionano davanti, quel paesaggio costiero non cessa ancora oggi di evocare immagini omeriche. Nella rada dello Ionio dove prosperò Mègara Iblea, primo impianto di città greca d’Occidente nei pressi delle cui rovine, 900 anni fa, Federico II fece edificare Augusta, appellandola ‘veneranda’ per sottolineare quanto questa località gli fosse prediletta, tra quei riferimenti poetici, uno in particolare, quello del ‘mare colore del vino’, è stato sgretolato in nome di un sogno diventato oltraggio. Quello del benessere portato avanti a colpi di industrializzazione. Con effetti devastanti sull’ambiente e la salute dei cittadini. Uno scenario perdurante da 74 anni. Tanti ne sono trascorsi dall’avvio del primo insediamento, proprio ad Augusta, di quello che sarebbe diventato il polo petrolchimico siracusano. Uno scenario della raffinazione di idrocarburi finito di espandersi, e aggiornarsi sino al 2010, una decina di chilometri più a sud, nel perimetro SIN (Sito di interesse nazionale) che include anche il segmento litorale tra Melilli e Priolo Gargallo e, poco più nell’entroterra, le aree di Floridia e Solarino. Un’industrializzazione che, anno dopo anno, ha inzeppato striscia litorale e fondali marini di piombo, arsenico, diossine, idrocarburi come i policlorobifenili, composti come l’esaclorobenzene, ossidi come i furani. E soprattutto di mercurio. Un documento trovato dalla Procura di Siracusa certificava che fino al 1981 la Montedison ne aveva scaricato in mare 500 tonnellate. Quantità che si sarebbe ingrossata negli anni successivi, con almeno altre 250 tonnellate. Un disastro ambientale continuato. Ai cui numeri non possono non connettersi quelli dolorosi dei morti per cancro e degli ammalati in cura.
Fino al 2006 non c’è stata l’ombra di statistiche complete. Da quell’anno, l’Istituto Superiore di Sanità ha finalmente deciso di cominciare a conteggiare decessi e ricoveri. I quali, fino al 2018, sono stati rispettivamente 5.700 e 14mila. Un quadro che nella provincia di Siracusa è andato annerendosi sempre di più. A darne conto è un libro-inchiesta, uscito 8 mesi fa, il Mare colore veleno, scritto da Fabio Lo Verso, giornalista investigativo di lungo corso originario di Palermo e attivo a Ginevra, dove si è trasferito all’età di 20 anni. Un meticoloso lavoro di ricerca e comparazioni portato avanti per 4 anni, a partire dal 2018, in collaborazione con il fotografo lombardo Alberto Campi: “un libro che avrei voluto leggere molti anni addietro, ma che nessuno aveva provato a scrivere; cosicché l’urgenza di alzare il livello di attenzione su quello che è anche un disastro sociale, segnato da ricatto occupazionale ai danni di una popolazione, quella della provincia di Siracusa, mi ha coinvinto a lavorarci”.
A fronte di un immobilismo che ancora continua in Sicilia, le denunce di Don Palmiro Presutto, sacerdote ‘scomodo’ di Augusta, le cui omelie domenicali, offerte ai fedeli come strumenti di informazione e protesta sulle problematiche ambientali e sanitarie che avvinghiano l’area di Siracusa, gli sono valse la rimozione dall’incarico di arciprete della Chiesa Madre della cittadina da parte del cardinale Francesco Lomanto e il trasferimento nell’eremo dell’Adonai, a Brucoli. Presutto è tra i personaggi più intervistati del libro di Lo Verso e anche lui era presente ieri nella sala Pio La Torre dell’Ars dove il volume, edito da Fazi, è stato presentato: “Ormai tra Augusta, Melilli e Priolo i tumori rappresentano almeno il 70 %delle cause di morte – dice – in mancanza di statistiche precise, che le autorità sono restie a elaborare e fornire, lo indicano gli stessi necrologi affissi ai muri della città sui quali i parenti a lutto non mancano di menzionare la causa del decesso del loro caro”.
Lo spaventoso grado di inquinamento ha reso la rada di Augusta una pattumiera di sostanze tossiche. E contaminato profondamente il territorio. Fare le bonifiche è l’unico strumento rimasto per sviluppare processi economici sani. “Oggi il loro costo ammonterebbe a 4 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. Se questa somma si fosse spesa decenni addietro, si sarebbero potuti evitare anche elevatissimi costi sanitari aggiuntivi”.
Ormai, nel siracusano, il problema sta nelle bonifiche. “Il loro costo ammonterebbe a 4 miliardi di euro spalmati nei prossimi 20 anni, – aggiunge l’autore .Se questa somma si fosse spesa decenni addietro, si sarebbe potuta rilanciare l’economia in maniera sana ed evitare anche elevatissimi costi sanitari”.In questo quadro la politica regionale e nazionale è finora rimasta silente.
“Dalle prossime settimane costituirò un intergruppo parlamentare, per coinvolgere tutte le forze politiche attorno a la tema delle ecomafie e dei disastri ambientali”, ha annunciato il parlamentare regionale Ismaele La Vardera – lo scopo sarà di studiare e relazionare su questa situazione coinvolgendo tutti gli amministratori del territorio”.