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I SICANI – Palermo, quella “non città” fra disagio e criminalità

di Redazione -





di PASQUALE HAMEL – I SICANI – Palermo, quella “non città” fra disagio e criminalità

L’approvazione dello Statuto regionale siciliano, e la conseguente istituzione della Regione, consentiva a Palermo, la storica capitale del Regno di Sicilia, dove era stata allocata la sede centrale della nuova istituzione, di tornare ad esercitare quel ruolo di primazia che aveva svolto per circa mille anni, rispetto alle altre città dell’isola. Palazzo Reale, meglio conosciuto come palazzo dei Normanni e palazzo d’Orleans divenivano, rispettivamente, sedi dell’Assemblea regionale siciliana e del Governo della Regione. Un ruolo, quello di Palermo, che lasciava sperare – dopo oltre un secolo dal suo declassamento a favore di Napoli, voluto nel 1816 da Ferdinando I con la fondazione del Regno delle Due Sicilie e dopo le gravissime ferite inferte al suo centro storico dai pesanti, e spesso ingiustificati, bombardamenti della II guerra mondiale – in una nuova e felice stagione di crescita economico-sociale. A queste attese, coltivate soprattutto da molti intellettuali, tuttavia non corrispose affatto una soddisfacente risposta. Se infatti la città tornò ad essere il luogo dove si allocava, in concorrenza con Roma, il vero potere non si può dire che da questa situazione abbia tratto veri benefici e, tanto più, abbia coronato quel sogno di sviluppo che sarebbe stato legittimo aspettarsi. Palermo, infatti, è stata caricata di tutte le criticità e i disagi che normalmente comporta l’essere capitale, senza goderne dei conseguenti benefici. La città, che nel 1940 aveva circa 400 mila abitanti, dall’istituzione della Regione e proprio come effetto di questa nuova condizione è, infatti, cresciuta sul piano demografico, a ritmo vertiginoso, tanto che, già al censimento del 1951 ne poteva contare quasi 500 mila e, nel 1961 quasi toccava i 600 mila e questo in massima parte dovuto ai flussi migratori che dalle aree interne e periferiche dell’isola si indirizzavano verso la capitale. A favorire lo spostamento erano in primo luogo le opportunità occupazionali che la nuova istituzione offriva ma anche l’illusione alimentata in molti di trovare condizioni di vita migliori rispetto ai luoghi di origine. Flussi spontanei, peraltro favoriti dalla stessa politica che promuoveva irresponsabilmente la clientela, parassitismo e assistenzialismo della peggiore specie la tengono in piedi, utile ad alimentare il potere. Flussi sostanzialmente non governati che si scaricavano d’en plein sul centro urbano in modo disordinato accrescendo le tradizionali criticità e aggiungendone di nuove. A cominciare dalla crescente domanda abitativa, già presente e forte ancor prima dell’istituzione della Regione e dopo addirittura schizofrenica con le conseguenze sul tessuto urbano di cui ancor oggi si scontano le conseguenze. Basta fare mente locale alla storia della selvaggia edificazione, il cosiddetto “sacco di Palermo” – un intreccio perverso fra buona borghesia, politica rampante e aggressiva criminalità mafiosa – che travolse l’equilibrata cornice architettonica della città e alla cementificazione irrazionale delle aree immediatamente circostanti l’antico tessuto urbano. Sorsero infatti nuovi quartieri assorbendo le antiche borgate senza preoccuparsi dei servizi, perfino quelli essenziali, e delle infrastrutture che un abitato normalmente richiede. La nuova città che andava sorgendo mancava di amalgama, piuttosto che città per l’uomo era sostanzialmente un insieme di luoghi senza identità, dormitori anonimi immersi in spazi segnati anche da abitazioni di fortuna luoghi degradati, dove trovavano precario rifugio, ed erano i più, coloro che non avevano avuto la fortuna di trovare una stabile occupazione. Una “non città”, secondo l’acuta definizione di Leonardo Sciascia, tale da alimentare disagio sociale e sulla quale cresceva speculazione, corruzione e criminalità di stampo mafioso. Le responsabilità di questo disastro sono certamente abbastanza diffuse ma c’è soprattutto un colpevole su cui puntare il dito accusatorio. Quel colpevole è proprio la l’istituzione Regione, che ha provocato tutto questo e che non ha, purtroppo, fatto niente per prevenire ed arrestare il degrado, ciò che avrebbe potuto fare come fece ad esempio lo Stato per Napoli e poi per Roma, e cioè varare un grande provvedimento, una legge speciale per Palermo. “La Regione – scrive amaramente lo storico Orazio Cancila – non solo ha speso poco per la sua capitale, ma non si è neppure preoccupata dei riflessi negativi che la sua presenza ha comportato per la città costretta – come se non bastassero i già gravi problemi che da sempre si trascinava – ad assolvere con i propri mezzi alle funzioni di centro politico e amministrativo, a servizio di tutti gli abitanti dell’isola e non solo dei palermitani”.