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I SICANI – Matteotti a Messina e quel cappello cimelio antifascista

di Redazione -





di PASQUALE HAMEL
Quest’anno, precisamente il prossimo 10 giugno, ricorre il centesimo anniversario dell’assassinio per mano fascista di Giacomo Matteotti, lo ricordiamo ai nostri lettori siciliani raccontando due episodi della sua breve vita, non varcò la soglia dei quarant’anni, che ebbero come sfondo la nostra isola. Pochi sono infatti a conoscenza che, nella storia del “nemico di Mussolini”, la vittima più illustre del fascismo c’è anche la nostra isola. Il primo rapporto con la Sicilia è legato a quanto accadde nel corso della Prima guerra mondiale. Nel lontano agosto del 1916 Matteotti, da militare, raggiunse infatti Messina, assegnato alla 97ª Compagnia del 4° Reggimento artiglieria da fortezza. La decisione di assegnarlo alla città dello stretto era stata presa per allontanarlo dalle “zone di guerra” in modo da impedirgli di “predicare” e praticare apertamente le sue concezioni antimilitariste e il pacifismo in un momento in cui l’esaltazione bellicista aveva contagiato perfino intellettuali di sinistra come il socialista Gaetano Salvemini. A proposito del pacifismo di Matteotti, Piero Gobetti, nel suo pamphlet gli ha dedicato, ne ricorda il discorso tenuto a Rovigo il 2 maggio del 1915, nel corso del quale, di fronte ad una folla “fremente di spiriti di dannunzianesimo e di piccolo cinismo machiavellico” ebbe il coraggio di sostenere “l’inutilità della guerra” con un “linguaggio da cristiano”. La compagnia alla quale Matteotti era stato assegnato si trovava a “Campo Inglese”, distante 15 chilometri da Messina, un luogo isolato che, scrive il nostro, “si trova in una bellissima posizione”. In Sicilia Matteotti rimase quasi tre anni e, nel corso di questo lungo e forzato soggiorno, ne poté apprezzare la conturbante bellezza ma ebbe anche l’opportunità di confrontarsi con le sue evidenti contraddizioni a cominciare da quella fra ricchissimi latifondisti e poverissimi lavoratori della terra, tema che lo coinvolgeva emotivamente fino a farlo soffrire visto che il suo status gli impediva di svolgere attività politica. In questo periodo, è interessante sottolinearlo, si fa una idea non molto positiva della psicologia dei siciliani che “portano rispetto al forestiero e non al proprio compaesano”. Proprio tale constatazione gli fa scrivere con amarezza alla moglie “peccato però, perché sarebbero intelligenti e guidati bene e guidati bene potrebbero essere anche buoni”. Proprio tale constatazione gli fa scrivere con amarezza alla moglie “peccato però, perché sarebbero intelligenti e guidati bene e guidati bene potrebbero essere anche buoni”. È ancora Messina quando, nel maggio del 1918, riceve la notizia della nascita del primogenito Giancarlo che, in ricordo di una gita con la moglie Velia a Stromboli, da lui scherzosamente, viene chiamato “Strombolicchio”. A Messina rimase fino al marzo del 1919, , nonostante la guerra sia finita ormai da diversi mesi, quando finalmente venne posto in congedo e poté finalmente ricongiungersi alla famiglia ma, soprattutto, tornare all’impegno politico. La Sicilia, tuttavia, sarebbe tornata nella vita del nostro a causa di un altro episodio, particolarmente odioso di cui fu vittima e che apprendiamo da un articolo del prof. Pietro Saja. Siamo nel 1924, Matteotti, è segretario politico del partito socialista riformista, e arriva a Palermo per tenere un comizio elettorale. Alcuni esponenti socialisti cefaludesi lo avvicinano convincendolo a recarsi nella cittadina normanna, nella quale, dicevano, la facessero da padrone gli squadristi locali. Matteotti avrebbe incontrato i militanti per incoraggiarli nella lotta. Raggiunta, dunque, Cefalù, Matteotti aveva tenuto un veemente comizio facendo proprie le accuse di violenza di cui l’avevano informato i compagni. Concluso il comizio, insieme al locale responsabile del partito, si era recato a cenare alla trattoria “Domina”. Ma i fascisti del posto incuranti dell’arrivo del comandante della stazione dei carabinieri che era stato avvertito, circondarono il locale, inveendo minacciosi contro l’ospite. Il pericolo che si passasse dalle parole ai fatti spinse il carabiniere a chiedere a Matteotti di abbandonare servendosi della porta ricevendone però un netto rifiuto. Così il leader dei socialisti riformisti varcò la soglia del locale dalla porta principale, a testa alta, dimostrando di essere per nulla intimidito dalle minacce di quei prepotenti. Ci racconta Saya che, arrivato al “Calvario”, uno degli squadristi si avvicinò a Matteotti e gli strappò il cappello offrendolo come trofeo al capo del manipolo. Togliere infatti il cappello a un avversario era allora considerato un grande affronto. Quel cappello, reperto prezioso di una gratuita insolenza, divenne un trofeo per i fascisti cefaludesi che esposero per molti anni come trofeo nella locale sede del partito. Non è senza ragione, dunque, che, circa mezzo secolo dopo, la famosa lobbia di Matteotti fosse divenuto pezzo forte per una mostra di cimeli dell’antifascismo, allestita a Roma nella sede del Palazzo dell’Esposizione.