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Caso Malatto, governo parte civile nel processo al latitante argentino a Portorosa

di Redazione -





di ANGELO VITALE
A metà degli anni ’70 dello scorso secolo – a raccontarlo oggi sembra solo un datato film – un’operazione di intelligence multinazionale sostenuta dalla Cia e messa in campo per efficientare le guerre sporche delle dittature militari dell’America meridionale fu promossa dal dittatore cileno Augusto Pinochet e coinvolse nel giro di una manciata di anni Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay.
Era il Piano Condor, allora poteva accadere anche questo.
Furono catturati, incarcerati e uccisi o fatti sparire migliaia di oppositori politici di questi Stati. Solo venti anni dopo, la scoperta di quelli che furono chiamati Archivi del Terrore: si scrisse di oltre 700 vittime. Altri numeri raccontarono di 50mila persone assassinate, 30mila desaparecidos e 400mila incarcerati.
Vi furono coinvolti personaggi del calibro del presidente Usa Richard Nixon e del segretario di Stato degli Stati Uniti, Henry Kissinger, oltre che i dittatori e generali di quella indistinta, per gran parte dell’opinione pubblica internazionale, galassia nera dell’America Latina. Sul versante italiano di quel Piano anche Stefano Delle Chiaie, la primula dell’estremismo di destra che contrassegnava ogni vicenda della strategia della tensione del nostro Paese e lì, in America Latina, sedeva al tavolo delle riunioni sul Piano Condor, con i rappresentanti dell’intelligence di Stati che conosceva bene e nei quali passò parte della sua latitanza.
Cambio immagine, per arrivare dal Piano Condor alla Sicilia. Portorosa, un complesso turistico caratterizzato da ville immerse nel verde e affacciate su canali navigabili lungo i quali si scorgono gli ormeggi di un prestigioso porto turistico. Un gioiello nel cuore della baia tra il suggestivo golfo di Milazzo e Tindari. Il primo e il più grande porto turistico siciliano e tra i più esclusivi del mar Mediterraneo.
Portorosa nacque nel 1985 dove c’erano agrumeti e vigneti. Lo disegnò, pensando al Port Grimaud della Costa Azzurra, il noto architetto e urbanista Giulio Minoletti, che aveva ideato gli allestimenti di piscine e verande del transtatlantico Andrea Doria e gli interni delle navi Leonardo da Vinci e Cristoforo Colombo.
Oggi, un luogo e una comunità altamenti protetti, ove vigilantes privati controllano l’accesso ventiquattr’ore su ventiquattro. Buen retiro, secondo i pentiti, della latitanza di boss mafiosi come Bernardo Provenzano, Alessandro e Salvatore Lo Piccolo.
Qui, la residenza di Carlos Malatto, di famiglia originaria dell’Abruzzo, un passaggio a Genova prima di raggiungere l’isola. Ieri a giudizio a Roma, Malatto. È stato tenente colonnello di quel famigerato esercito argentino all’epoca del generale e dittatore Jorge Rafael Videla, riconosciuto responsabile di crimini contro l’umanità.
La presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata dall’Avvocatura dello Stato, vuole costituirsi parte civile contro Malatto, accusato di omicidio per la morte di otto persone nell’ambito del Piano Condor. Udienza rinviata all’11 luglio.
Oggi 75enne, vive a Portorosa. E nel processo romano, originato dalla richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, dovrà affrontare anche le richieste di costituzione di parte civile da parte di Pd, Cgil Cisl e Uil, associazione 24 marzo, Rete federale per i diritti umani e Assemblea permanente per i diritti umani.
In aula a Roma anche i familiari di alcune delle otto vittime. La Procura della Repubblica di Roma, dopo una denuncia presentata nel 2015, lo scorso anno aveva chiuso le indagini su Malatto, che dal 2011 vive in Italia.
Vicino Portorosa, tragica coincidenza, vivono pure i familiari di una delle vittime da cui muove il processo. A Portorosa, l’anno scorso – come racconta il giovane giornalista Karim El Sadi su Antimafia Duemila – l’associazione Our Voice, che muove il suo “artivismo” tra Italia, Argentina, Uruguay e Paraguay, svolse nei pressi del’abitazione di Malatto un escrache per mantenere viva la memoria dei desaparecidos ancora in attesa di giustizia per i loro carnefici.