Sicilia e il PIL in crescita. Ma cosa resta quando finiscono i cantieri? (parte II)
Il PIL siciliano cresce, ma il rumore dei cantieri rischia di coprire la domanda decisiva: quanto di questa crescita è destinato a restare quando la spesa pubblica rallenterà? Le infrastrutture ferroviarie provano a spingere l’economia regionale fuori dalla stagnazione, ma da sole non dicono nulla sulla capacità della Sicilia di imboccare un sentiero di sviluppo stabile e convergente con l’EuropaPer capire dove finiscono i binari e dove dovrebbe cominciare l’economia, abbiamo chiesto un’analisi a Sebastiano Bavetta, docente di scienze economiche all’Università di Palermo.
Professore Bavetta, partiamo dal dato più discusso: la crescita del PIL siciliano. È davvero un segnale positivo?
«Sì, il bicchiere è certamente mezzo pieno. La crescita del PIL siciliano è un dato positivo perché segnala l’uscita da una lunga fase di stagnazione e una maggiore capacità di spesa dei fondi pubblici disponibili, dal PNRR al Fondo sviluppo e coesione, fino agli investimenti ferroviari. È un segnale che non va sottovalutato».
Eppure consumi e redditi sembrano muoversi molto meno del PIL.
«È un punto cruciale. Affinché la crescita del PIL si traduca in maggiori consumi serve tempo, ma soprattutto aspettative realistiche. L’occupazione generata da questa fase di investimenti è in larga parte temporanea e a basso salario. In un contesto di incertezza, la propensione al risparmio precauzionale resta elevata».
Il cuore della crescita è la spesa in infrastrutture. È una scelta economicamente corretta?
«Sì, l’evidenza statistica e storica è piuttosto chiara: la spesa in infrastrutture è una leva migliore rispetto alla spesa corrente. Gli investimenti pubblici in conto capitale hanno moltiplicatori più elevati nel medio periodo e possono migliorare la produttività, riducendo i costi di trasporto, aumentando l’accessibilità e favorendo l’integrazione dei mercati».
Il massiccio ciclo di investimenti ferroviari in Sicilia va quindi nella direzione giusta?
«Nel complesso sì. Considerata l’arretratezza infrastrutturale storica dell’Isola, questo tipo di investimenti resta efficace ancora a lungo. Siamo lontani da una situazione di over-investment. Il rendimento marginale degli investimenti è significativo, sia per le nuove opere sia per l’ammodernamento di quelle esistenti».
Quali sono i principali rischi di questa strategia?
«Sono i rischi tipici delle grandi opere pubbliche: ritardi, varianti in corso d’opera, inefficienze, cattura politica e, in alcuni casi, infiltrazioni della criminalità organizzata. Sono aspetti che vanno gestiti con attenzione perché possono erodere gran parte dei benefici economici attesi».
Ma le infrastrutture bastano per recuperare il divario con l’Europa?
«No, ed è il punto decisivo. Il recupero del divario con l’Europa non può essere guidato dalla sola spesa pubblica. Storicamente, i processi di convergenza riusciti — come in Spagna, Irlanda o nei Paesi dell’Europa orientale — sono stati trainati sì dagli investimenti infrastrutturali, ma soprattutto da una forte crescita del settore privato, dall’aumento della produttività, dall’apertura ai mercati dei beni e dei capitali e da un contesto concorrenziale».
Che ruolo dovrebbe avere allora la Regione siciliana?
«Serve una trasformazione del ruolo del settore pubblico. Più infrastrutture, certamente, ma un intervento della Regione limitato soprattutto “a monte” del processo economico: definizione delle regole generali, certezza normativa, funzionamento delle istituzioni. “A valle” servono invece deregolamentazione, semplificazione amministrativa, facilitazione degli investimenti privati e maggiore apertura alla concorrenza».
In sintesi, qual è la condizione per una vera convergenza europea?
«Solo la combinazione di queste due leve — investire in infrastrutture e ridurre il ruolo sostitutivo del settore pubblico nell’economia regionale — può aumentare la produttività e mettere la Sicilia su un sentiero credibile di convergenza europea».
