Il caso Rugolo, la Procura generale va in Cassazione: “Errore sulle attenuanti”
La partita giudiziaria su Giuseppe Rugolo non è affatto chiusa. Anzi, entra ora nel suo passaggio più delicato: la Procura generale della Corte d’appello di Caltanissetta ha deciso di ricorrere in Cassazione contro la sentenza che, lo scorso 1° luglio, ha ridotto a tre anni la condanna dell’ex sacerdote accusato di violenza sessuale su minori.
Una scelta che pesa come un atto d’accusa non solo contro una decisione giudiziaria, ma contro un’impostazione complessiva del giudizio di secondo grado. Perché, secondo i magistrati, la Corte d’appello avrebbe applicato in modo errato la legge penale, riconoscendo a Rugolo l’attenuante della “minore gravità” senza una valutazione piena e coerente delle condotte contestate.
In primo grado, il tribunale di Enna aveva condannato l’ex prete a quattro anni e mezzo di carcere. Una sentenza costruita su un impianto che teneva conto della reiterazione degli abusi e del contesto in cui sarebbero avvenuti: quello di un ambiente parrocchiale, frequentato da ragazzi minorenni che vedevano in Rugolo non solo un sacerdote, ma un educatore, una figura di riferimento. In appello, invece, la pena è scesa a tre anni, con il riconoscimento della lieve entità dei fatti.
È proprio qui che la Procura generale alza la voce. Nel ricorso firmato dal sostituto procuratore Emanuele Ravaglioli si parla senza mezzi termini di “erronea applicazione della legge” e di “contraddittorietà della motivazione”. Un giudizio severo, che mette in discussione il cuore della sentenza di secondo grado.
Secondo l’accusa, gli abusi non possono essere letti come episodi isolati o minimizzati nella loro portata. Al contrario, vanno collocati in una visione d’insieme: condotte reiterate nel tempo, consumate in un contesto di fiducia e autorità, ai danni di minori che si trovavano in una posizione di evidente vulnerabilità. “Non si può – sostengono i magistrati – prescindere dalla situazione di minorata difesa delle vittime, né dal ruolo esercitato dall’imputato come sacerdote ed educatore”.
Il processo nasce dalla denuncia di Antonio Messina, che all’epoca dei fatti era minorenne. Da lì, l’inchiesta si è allargata ad altri episodi di violenza che avrebbero coinvolto ragazzi frequentatori dell’associazione “360”, fondata dallo stesso Rugolo e presentata come una sorta di oratorio moderno, punto di riferimento per centinaia di giovani. Molti dei capi d’imputazione sono caduti in prescrizione durante il processo, ma restano quelli ritenuti sufficienti a sostenere una condanna.
Ed è proprio questo uno dei nodi più controversi: per la Procura generale, la Corte d’appello avrebbe valutato la gravità dei fatti senza tener conto dell’intero quadro, isolando singoli episodi e perdendo di vista la sistematicità delle condotte contestate. Un approccio che, a giudizio dei magistrati, finisce per depotenziare la portata reale delle accuse.
Ora la parola passa alla Suprema Corte. La Cassazione dovrà stabilire se la sentenza d’appello regge sul piano giuridico o se, come sostiene la Procura generale, presenta falle tali da giustificare l’annullamento con rinvio. In quest’ultimo caso, il procedimento tornerebbe davanti a un nuovo giudice di secondo grado, che potrebbe rivedere la valutazione delle attenuanti e, di conseguenza, anche l’entità della pena.
