44 anni fa l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il ricordo in via Carini a Palermo con il ministro Piantedosi / Video
PALERMO (ITALPRESS) – Rappresentanti politici, Forze dell’ordine e cittadinanza uniti per celebrare il ricordo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che 44 anni fa, in via Carini a Palermo, fu assassinato da Cosa nostra insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’autista Domenico Russo. Per onorarlo sono state deposte diverse corone di fiori attorno alla targa che lo commemora.
Presenti tra gli altri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il presidente della Regione Renato Schifani, il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, la presidente della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, il presidente della commissione Antimafia all’Ars Antonello Cracolici, il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, il sottosegretario di Stato alla Cultura Giampiero Cannella, il presidente della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo Antonio Balsamo, il procuratore capo della Corte d’Appello Lia Sava, il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, il prefetto Massimo Mariani e le massime autorità civili e militari: tutti compatti nel ricordo del generale, che dopo la lotta alle Brigate rosse si era messo a disposizione dello Stato anche per combattere la mafia, finendo per pagare con il prezzo più caro: il 3 settembre 1982 la reazione di Cosa nostra fu violentissima e si materializzò con l’eccidio di via Carini.
PIANTEDOSI “LOTTA ALLA MAFIA NON PUÒ CONOSCERE PAUSE O CEDIMENTI”
“Desidero innanzitutto rivolgere, a nome del Governo, un saluto a tutte le Autorità civili, militari e religiose, ai rappresentanti della Magistratura e ai cittadini presenti. Sono trascorsi 44 anni dalla tragica morte, per mano della mafia, del Generale – Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente scelto della Polizia di Stato Domenico Russo. Un tempo molto lungo che, però, non è riuscito a cancellare il dolore di quella notte né a farne dimenticare il profondo significato che ha suscitato, e che ancora oggi suscita, nelle coscienze di ognuno di noi. Il vile attentato di via Carini, infatti, non ha soltanto spezzato vite innocenti. Ha strappato un lembo alla democrazia dello Stato, privandola di instancabili servitori che con coraggio e determinazione l’hanno protetta da forme di prevaricazione e illegalità fino all’estremo sacrificio”. Così il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla commemorazione per i 44 anni dell’assassinio del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente scelto della Polizia di Stato Domenico Russo, in cattedrale a Palermo.
“Oggi, tutto il Governo vuole rinnovare ai familiari delle vittime vicinanza e cordoglio per la tragica perdita subita – aggiunge -. Una mancanza che certamente non possiamo colmare ma che possiamo onorare attraverso il ricordo, mantenendo viva la memoria di chi ha dedicato la propria vita al bene collettivo. Come il Generale – Prefetto Dalla Chiesa. Un simbolo nella difesa della democrazia e delle Istituzioni in alcuni dei momenti più difficili per la storia della Repubblica. Dalla lotta al banditismo e al terrorismo al contrasto alla criminalità organizzata, il Generale – Prefetto ci ha insegnato come tutelare due valori fondamentali: quello della legalità e quello della libertà. Un binomio a ben vedere indissolubile, in ragione del quale il primo è ‘condizione essenziale’ per il ‘pieno godimento’ del secondo e viceversa. E ciò perché solo con il rispetto della legge si può sottrarre terreno a forme di prepotenza capaci di condizionare la vita delle comunità, di alterare le regole democraticamente poste, di anteporre l’interesse dei singoli a quello collettivo, di alimentare climi di paura e sfiducia nelle Istituzioni. Uno scenario che può essere scongiurato solo in un modo: attraverso la ‘scelta’. La scelta di stare dalla parte dello Stato e dei principi che fondano la convivenza civile, che Dalla Chiesa ha indicato come “responsabilità di ciascuno”, soprattutto dei giovani. Una “chiamata” a essere “parte attiva” nella salvaguardia della legalità e nella tutela dei diritti. Ciò in contrasto con l’eco mafiosa che promette potere, successo, facili opportunità di guadagno. È, quella mafiosa, una promessa ingannevole. Una “trappola” che chiede in cambio una rinuncia inaccettabile: quella alla propria autonomia e dignità”
“È proprio questo il messaggio che il Generale – Prefetto Dalla Chiesa ha voluto trasmettere nel corso del suo percorso umano e professionale – sottolinea Piantedosi -. Il ‘potere’ cui si ‘deve’ aspirare è uno e uno soltanto: quello di ‘scegliere’. Un potere che presuppone, per il suo esercizio, il pieno svolgimento della libertà e che punta a difendere, a ogni costo, la dignità personale e collettiva. In nome di questa dignità, rinnoviamo oggi il nostro impegno contro l’illegalità. Un impegno a “essere accanto ai cittadini”, attraverso una presenza concreta, visibile, costante. Perché uno Stato che sa “sostenere” non lascia “spazi vuoti” alle organizzazioni criminali, non permette alle stesse di appropriarsene per costruire consenso sociale. È proprio quando lo Stato arretra o non riesce a garantire sicurezza, servizi e opportunità, che le organizzazioni criminali “occupano” quello spazio. Lo aveva capito molto bene Dalla Chiesa, quando affermò che “gran parte dei privilegi mafiosi” non sono altro che gli “elementari diritti” dei cittadini. Ed è per questo che, nel corso della sua straordinaria carriera, ha richiamato la responsabilità di tutte le Istituzioni ad assicurare quegli stessi diritti, per togliere potere alle mafie e rendere i suoi dipendenti i “nostri alleati”. Per questo Cosa Nostra lo temeva e ha deciso di ucciderlo. Per indebolire il suo messaggio di speranza, per sfibrare lo Stato e assumere una posizione di dominanza. Ma la reazione dell’intero Paese non si è fatta attendere’.
‘Dopo il suo assassinio – ricorda il Ministro -, lo Stato comprese ancora più chiaramente che alla violenza mafiosa occorreva rispondere con una “presenza organizzata”. Da quel momento, si dispiegò un nuovo importante processo di ammodernamento dell’impianto normativo antimafia, dapprima sul piano penale sostanziale, successivamente anche su quello organizzativo. A partire dalla previsione dell’Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e dall’approvazione della cosiddetta legge “Rognoni-La Torre”, sono stati messi a punto più efficaci strumenti normativi e investigativi, aprendo una nuova stagione nella lotta alle mafie che ha permesso di raggiungere risultati notevoli sul piano preventivo e repressivo e nell’aggressione ai suoi patrimoni. Interventi che si sono contraddistinti per un’intuizione: quella di colpire principalmente la dimensione patrimoniale del crimine organizzato. Un’intuizione che ispira ancora oggi la strategia di prevenzione e contrasto al fenomeno mafioso. Perché per sconfiggere la mafia non basta solo assicurare i boss alla giustizia, ma occorre al tempo stesso interdire i loro interessi, in modo da bloccare i profitti provenienti dai traffici illeciti. Sequestrare e confiscare i beni del crimine organizzato, e interdirne l’attività d’impresa, significa arrestare il cuore del suo sistema di potere e affermare un principio semplice ma potente: ciò che la mafia ha sottratto alla comunità può e deve tornare alla comunità come “risorsa” per favorire lo sviluppo dei territori maggiormente colpiti dal fenomeno mafioso. Un impegno che è stato portato avanti fino ad oggi con fermezza, per rendere “giustizia” proprio a quel “lembo di democrazia” strappato 44 anni fa dalla criminalità organizzata. Un impegno che costituisce un obiettivo prioritario del Governo che ho l’onore di rappresentare e dell’intero Paese. E in questa direzione sono significative le operazioni condotte contro la criminalità organizzata, gli arresti eseguiti, i pericolosi latitanti assicurati alla giustizia, il valore dei beni sottratti alle mafie, le interdittive antimafia adottate. Risultati importanti che ci incoraggiano a proseguire con determinazione sulla strada intrapresa, senza abbassare la guardia”.
“E tuttavia, a distanza di 44 anni dalla morte di Dalla Chiesa, nonostante i durissimi colpi inferti, le organizzazioni criminali sono ancora oggi presenti nel nostro Paese, con proiezioni non più limitate alle regioni meridionali ma al territorio nazionale e all’estero e sempre protese a espandersi nell’economia legale – prosegue Pintedosi -. Di fronte a questo scenario, dobbiamo avere un unico obiettivo. Dobbiamo continuare a prevenire, investigare, colpire i patrimoni criminali e rafforzare la presenza dello Stato. La lotta alla mafia non può conoscere pause né cedimenti. Lo sanno bene la Magistratura e le Forze di polizia che ogni giorno conducono un lavoro spesso silenzioso ma essenziale per la sicurezza dei cittadini e per la difesa della legalità. Un lavoro di pazienza, sacrificio e coraggio, per il quale a loro va la nostra gratitudine. Perché dietro ogni operazione, ogni indagine e ogni risultato ci sono donne e uomini che non si rassegnano all’indifferenza e all’idea che la criminalità organizzata sia un fenomeno ineluttabile. Neppure nei territori, come la Sicilia, dove il fenomeno mafioso è più radicato. È questo l’impegno per affermare che la legalità è più forte della paura e del potere criminale. È questo l’impegno che dobbiamo assumere per ricordare degnamente il nome di Dalla Chiesa non limitandoci a custodire la sua memoria, ma attivandoci a trasformarla ogni giorno in azione, responsabilità e servizio alla Repubblica. Come ebbe a dire il Generale – Prefetto: “certe cose non si fanno per coraggio” ma “per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”. Si tratta di un dovere morale per non rendere vano il sacrificio di tante donne e uomini che hanno dedicato la propria vita al servizio del Paese e della collettività. Un sacrificio che è stato, e lo è ancora, il simbolo di una resistenza alla prevaricazione, di un rifiuto a ogni forma di illegalità. Un richiamo alla responsabilità di ognuno di noi. Perché per sconfiggere la mafia occorre un impegno corale. Non solo delle Istituzioni, ma di tutte le componenti della società civile, per non arretrare là, dove, i cittadini hanno più bisogno dello Stato. È così che si impedisce al crimine di occupare spazi vuoti. È così che si restituisce fiducia ai cittadini. È così che si difende la libertà”.
MATTARELLA “LOTTA CONTRO MAFIE È IMPEGNO DELLA REPUBBLICA”
“La mafia, 44 anni fa, uccideva a Palermo il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, ferendo gravemente l’agente Domenico Russo, che moriva alcuni giorni dopo. Carlo Alberto Dalla Chiesa si dedicò, con lucidità e tenacia, nel corso della sua lunga carriera, alla difesa dei principi di giustizia e legalità, a tutela dei cittadini, operando instancabilmente per contrastare il violento attacco alle istituzioni democratiche condotto dalle formazioni terroristiche e dalla criminalità organizzata, pagando con il sacrificio della vita la sua coraggiosa battaglia. Nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni della Repubblica, la figura e l’azione del Prefetto di Palermo richiamano la riconoscenza della comunità nazionale”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
“Il suo prezioso lascito e l’esempio di tante donne e uomini delle istituzioni che non hanno ceduto a sopraffazioni, complicità, connivenze con gli interessi criminali, affermano i valori costituzionali di libertà e democrazia”, ribadisce Mattarella. “La lotta contro le mafie – impegno della Repubblica – è compito che non consente sosta ed è condizione fondamentale di libertà e sviluppo. Ogni cittadino, nell’esercizio della sua libertà, nella vita quotidiana e negli ambienti di lavoro, è chiamato a essere parte del rafforzamento della cultura della legalità, prima pietra della solidarietà e coesione sociale, per promuovere le prospettive di progresso dei territori. In questa giornata, il commosso pensiero della Repubblica va alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo, con sentimenti di vicinanza dell’intera Italia”, conclude il presidente.
MELONI “IL SUO ESEMPIO CONTINUA A PARLARCI CON FORZA STRAORDINARIA”
“Il 3 settembre 1982 la mafia assassinava a Palermo il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, insieme a sua moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. Un uomo che aveva dedicato la propria vita allo Stato, combattendo prima il terrorismo e poi la criminalità organizzata, fino al sacrificio estremo”. Così sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aggiunge: “A distanza di 44 anni, il suo esempio continua a parlarci con una forza straordinaria. Coraggio, senso del dovere, amore per l’Italia: valori che dalla Chiesa ha incarnato senza mai arretrare, anche quando sapeva di essere nel mirino. Ricordarlo significa onorare un eroe dello Stato. Ma significa soprattutto rinnovare un impegno: non lasciare mai soli coloro che ogni giorno combattono la mafia, difendono la legalità e servono la Nazione. L’Italia non dimentica Carlo Alberto dalla Chiesa. E non dimentica chi ha dato la vita per difenderla”.

CANNELLA “ALTISSIMO ESEMPIO PER ISTITUZIONI E GIOVANI GENERAZIONI”
“A 44 anni dal vile assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo, ricordiamo un servitore dello Stato che ha fatto del coraggio, del senso del dovere e della difesa della legalità la propria missione di vita”. Lo ha dichiarato il Sottosegretario alla Cultura, Giampiero Cannella, ricordando le vittime dell’eccidio di via Isidoro Carini a Palermo. “La sua fermezza nella lotta alla mafia e al terrorismo resta un esempio altissimo per le istituzioni e per le nuove generazioni – ha aggiunto Cannella, che ha reso omaggio alle vittime partecipando alla commemorazione sul luogo della strage -. Onorarne la memoria significa rinnovare ogni giorno l’impegno dello Stato contro ogni forma di criminalità organizzata e riaffermare, senza esitazioni, i valori della libertà, della giustizia e della legalità”.
LAGALLA “ERA UN HOMO CIVICUS A TUTTO TONDO”
“Nessun uomo nella storia della nostra Repubblica ha avuto, per così tanto tempo, un attaccamento alle istituzioni così profondo da esporsi per tutta la vita ai rischi più grandi: Dalla Chiesa lo ha fatto contro il terrorismo e la mafia, anche da prefetto. Era un homo civicus a tutto tondo, che serve da educatore, da esempio, da modello e da testimone in un tempo in cui la tenuta delle istituzioni resta elemento fondamentale per la coesione civile e il futuro del paese”. Così il sindaco di Palermo Roberto Lagalla a margine della commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato 44 anni fa dalla mafia in via Carini.
MAFIA, CRACOLICI “COMANDA DA CARCERI, VA COMBATTUTA CON STRUMENTI PIÙ INNOVATIVI”
“Oggi si fa memoria di una delle stragi più drammatiche che si sono consumate in Italia: l’assassinio del generale, della moglie e dell’agente di scorta significò per l’Italia la scoperta che la mafia rappresentava una minaccia per il paese”. A dirlo è il presidente della commissione Antimafia all’Ars Antonello Cracolici a margine della commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato 44 anni fa dalla mafia in via Carini a Palermo. “Quel 3 settembre cambiò l’opinione pubblica – continua Cracolici – Fino ad allora la mafia era un fenomeno totalmente siciliano, sostanzialmente nel disinteresse anche della politica nazionale, ma quell’evento segnò la consapevolezza che la lotta alla mafia va condotta su un terreno nazionale con leggi, strumenti e investigazioni di alta qualità. Oggi c’è la necessità di ricordare non solo per fare onore alla memoria delle vittime di via Carini, ma perché bisogna avere la consapevolezza che la lotta alla mafia non solo continua ma va aggiornata con strumenti sempre più innovativi e con la consapevolezza che ci sono nuove emergenze. La più significativa è quella delle carceri, che sta costituendo una frontiera a cui forse non eravamo neanche preparati: i mafiosi continuano a comandare dalle carceri e rispondere a un’organizzazione ramificata attraverso i telefonini, quindi bisogna sapere che la lotta alla mafia va condotta dentro e fuori dalle carceri. Più è esplosiva la condizione carceraria, più rischiamo di tollerare alcune modalità di gestione degli istituti: è intollerabile che ci siano carceri dove non è consentito neanche farsi una doccia con l’acqua calda. Al contempo i telefonini viaggiano tranquilli: sembra quasi che ci sia una sorta di armistizio tra la condizione carceraria e la lotta alla mafia; il carcere non può essere un albergo a cinque stelle, come rischia di tornare a essere”.
GEN. DOMIZI “CONTINUARE A COMBATTERE MAFIA SENZA RISPARMIO ENERGIE”
“Dalla Chiesa ci lascia un grande ricordo e una grande eredità: oggi siamo qui per continuare ad alimentare la coscienza di servitori dello Stato, ma anche di cittadini, vivificando proprio il suo ricordo e il suo lascito; non dobbiamo rassegnarci alla prevaricazione della mafia, ma continuare a combatterla senza risparmio di energie”. Lo sottolinea il comandante interregionale della Legione dei carabinieri Culqualber, generale di Corpo d’armata Claudio Domizi, a margine della commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato 44 anni fa dalla mafia in via Carini a Palermo. “A noi carabinieri Dalla Chiesa ha lasciato insegnamenti preziosissimi, un metodo investigativo ancora oggi validissimo, la capacità di analizzare in profondità i vari fenomeni criminali, il rigore morale, l’attaccamento a valori che non sono retorica ma etica nobile, senso del dovere e spirito di sacrificio finalizzato all’adempimento migliore dei doveri, che lui ha sempre sentito come un imperativo interiore fortissimo – aggiunge Domizi, – È sempre stato al servizio del paese e dei cittadini. Il giorno dell’attentato ero a Pisa, in Accademia militare, e stavo facendo il corso di paracadutismo: ricordo che arrivò questa notizia e con la componente dell’Arma dei carabinieri rimanemmo tutti attoniti e sconcertati; non avremmo mai pensato che si potesse realizzare un attacco così forte allo Stato, in particolare al nostro generale. Passammo la giornata con una profonda tristezza, ma da quella si sarebbe sviluppato un impeto ancora più forte a fare la nostra parte: ci davano ancora di più una ragione per quella scelta che avevamo compiuto di stare da una parte ben precisa della nazione”.
ARCIVESCOVO PALERMO “SUA VITA VOTATA A IMPEGNO FINO AL SACRIFICIO”
“Nella pagina evangelica odierna Luca precisa che Gesù è raggiunto dalla folla che lo pressa “per ascoltare la parola di Dio”. Dunque, ciò che Gesù dice e fa è “parola di Dio” non solo parola di Gesù. Ma che cosa significa? E soprattutto che cosa può significare oggi per noi che ci ritroviamo a fare memoria del Prefetto Dalla Chiesa che nella nostra isola e nella nostra città è stato capace di proferire una parola umana così alta come quella di chi è disposto a parlare con la vita, fino ad effonderla, a donarla. Da Torino a Palermo, dalla lotta al terrorismo del Generale, alle strategie del Prefetto contro la criminalità organizzata in Sicilia, la vita intera di Carlo Alberto dalla Chiesa è stata votata all’impegno, alla dedizione, fino al sacrificio esiziale, perpetrato da mano mafiosa”. Così, nella ricorrenza del 44esimo anniversario della strage di via Carini, in una Cattedrale gremita di fedeli e autorità, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, nel corso dell’omelia ha ricordato il sacrificio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. “La particolarità dell’insegnamento di Gesù – ha aggiunto – sta nel fatto che non consiste in soli discorsi, ma anche in atti; per lui dire e fare vanno di pari passo: l’uno spiega l’altro e il secondo conferma il primo. Vi è quindi in lui conformità tra vita e parola: Gesù vive ciò che dice. Per questo si potrà dire di lui che non solo ‘dice’ la parola di Dio ma lo ‘è’. In lui non vi è iato, divario, tra ciò che insegna è ciò che il suo modo di vivere esprime. La folla ha percepito e perciò si accalca attorno a lui. Il Prefetto ‘dei cento giorni’ a Palermo anche oggi ci direbbe che invece lo iato tra parola e vita è “il modo di vivere abituale” (Discorso agli studenti del Liceo Scientifico “Gonzaga” di Palermo, 2 giugno 1982). Sostenuto da una solida ed essenziale fede, “una cara, dolce costante” (Diario, 31 marzo – 1 aprile 1978) della sua vita, il Generale Dalla Chiesa viveva con grande passione morale e ferrea determinazione il suo servizio alle Istituzioni dello Stato arricchito da un’alta professionalità acquisita lungo “41 anni […] spesi proprio sulla breccia” (Discorso agli studenti). Da qui la sua ricerca unicamente di ciò che è giusto, proteso al grido che si leva dalla sofferenza umana, ed in particolare dall’oppressione causata da strutture di peccato create e controllate da uomini e donne che impongono il loro potere ad altri esseri umani”.
“Che cosa è la mafia di ieri e di oggi – sottolinea l’Arcivescovo di Palermo – se non una perversa e subdola struttura di peccato che può essere combattuta solamente con la forza della coerenza e il culto dei più alti valori umani e civili? Gesù è sul lago di Gennèsaret, nella Galilea delle Genti, dentro i vissuti umani, il loro travaglio, con le loro notti di magra, quando a casa si porta solo la delusione di non aver pescato nulla. Lì dove un potere opprimente angaria e sfrutta persino la stessa povertà e marginalità di una terra di conquista. Logica intrinseca ad ogni potere perverso. Un potere pervertito si struttura sempre secondo le migliori logiche e prassi mafiose, subdole, autoritarie, totalitarie, opprimenti, violente. Ma sempre stupide. Grette. Il Generale Prefetto, mosso dalla sua coscienza umana e dalla sua fede nel Figlio di Dio che cominciò la sua missione messianica proprio dalla periferia esistenziale e religiosa galilaica, qui in Sicilia fu sempre “a contatto con la realtà di ogni giorno – come egli stesso affermava il 29 giugno 1982 dinnanzi agli studenti del Liceo Ranchibile -, a contatto con i modesti, con gli umili, con i probi, proprio perché fossero difesi dai cattivi”. Gesù si serve della barca di pescatori. Di Pietro, di Giacomo, Giovanni, Andrea. Per proferire la Parola di Dio, annunziare la bella notizia di Dio. L’opera redentrice e liberatrice di Dio che vuole riversare vita in abbondanza nelle loro vene, nei loro vissuti personali e sociali. Che vuole che gli uomini non spengano in loro la chiamata alla vita eterna. Alla pienezza della vita. Che sappiano che la vita ha un compimento e che Dio “al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore”. Non sul potere. Non sui titoli umani. Ma su come abbiamo speso la nostra vita. La nostra vita come una barca capace di prendere il largo, al servizio della vita, del bene: “disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca””. Carlo Alberto Dalla Chiesa ha fatto della sua vita una barca capace prendere il largo, di avanzare in acque profonde (epanágaghe eis tò báthos) e di calare le reti per pescare. Per pescare uomini. “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Il verbo utilizzato da Luca zogréo contiene l’idea di “prendere vivi” (zoôs e agréo, “catturare per la vita”), non per farli morire, ma per trasmettere la loro vita. “Allora fecero cenno ai soci dell’altra barca, che venissero ad aiutarli”. I soci i compagni di Pietro come quelli del Generale Prefetto Dalla Chiesa: Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo. Carissime, carissime, viviamo in profondità questa memoria. Lasciamo che questa memoria diventi mandato. Sarebbe una sconfitta radunarci e onorare questi martiri della giustizia e del bene, questi testimoni audaci perché le nostre città fossero liberate dalla stupidità opprimente del terrorismo e della mafia, sarebbe una profanazione tornare a casa uguali. Un tradimento deporre fiori senza farci con tutta la nostra vita loro soci, loro compagni. È tempo di prendere il largo perché, attraverso l’impegno di tutti e il servizio degli uomini e delle donne delle nostre Istituzioni democratiche, le nostre famiglie, le nostre città, le nostre case, possano conoscere vita e libertà”.
– Foto di copertina xd8/Italpress; foto interna ufficio stampa sottosegretario Cannella –
(ITALPRESS).